STORIA

Chi era Bernardino de Bernaudo, fondatore di Bernalda?

Questa pagine è in costruzione , le fonti storiche sono diverse e la figura di Bernardino de Bernaudo, fondatore di Bernalda, è veramente complessa. Si riporta il  contributo della Treccani in merito.

Bernardino de Bernaudo apparteneva a una famiglia di origine cosentina. Nacque  sul finire della prima metà del sec. XV, ma non sono note la data precisa e il luogo di nascita.

La prima notizia biografica sicura risale al 1485, restando incerta allo stato attuale delle ricerche l'identificazione del nostro Bernardino,con Bernardo de Bernardis, che, avendo noleggiato una sua nave al re Ferrante di Napoli nella guerra contro Giovanni d'Angiò, ricevette il 23 marzo del 1464 la somma di ottanta ducati.

Bernardino dovette seguire studi di carattere umanistico per abbracciare quindi la carriera di segretario, che percorse brillantemente al servizio dei re di Napoli.

Dal 1485 al 1487 è attestata la sua attività come prosegretario della cancelleria di Alfonso duca di Calabria che seguì anche durante le sue campagne in Toscana. Una volta entrato nella cancelleria della corte aragonese di Napoli, le notizie relative all'attività di Bernardino sono reperibili con una certa continuità a partire dal 1493.

Nell'aprile  del 1493 Ferrante re di Napoli lo mandò a Roma per una delicata missione. Preoccupato per le notizie relative ai progetti italiani di Carlo VIII re di Francia,  re Ferrante aveva dato inizio a un'azione diplomatica tendente a staccare Roma dall'alleanza con Milano e Venezia, conclusa nell'aprile dello stesso 1493, e a rinsaldare gli stretti rapporti con Firenze, nel tentativo di opporre un solido fronte difensivo all'imminente invasione francese. A tal fine il Bernardino doveva far leva sui contrasti tra papa Alessandro VI e Giuliano Della Rovere e gli altri cardinali che si erano ritirati a Ostia, per arrivare a un avvicinamento con la corte pontificia in funzione antifrancese.
La missione del Bernardino svoltasi tra la primavera e l'autunno del 1493, ebbe successo e re Ferrante non mancò di esprimergli la sua viva soddisfazione per i risultati ottenuti. Nell'ottobre dello stesso anno Bernrdino passò a Firenze, dove ebbe colloqui con Piero de' Medici improntati a grande cordialità.

Ritornò a Roma nel dicembre, con l'incarico di riprendere i contatti con i cardinali Giuliano Della Rovere e Oliviero Carafa per avere precise indicazioni sulle intenzioni del papa e sulla reale consistenza della minaccia francese.

Morto il 25 genn. 1494 re Ferrante, Bernardino restò al servizio degli Aragonesi di Napoli, di Alfonso II, Ferrandino e Federico III, in qualità di agente diplomatico a Roma. In questa città risulta presente il 24 apr. 1494, e poi ancora negli anni successivi.
Bernardino appare come procuratore del re di Napoli Federico III nel contratto nuziale, stipulato a Roma il 20giugno 1498, tra Lucrezia Borgia e Alfonso d'Aragona, figlio del defunto re Alfonso II, e non è da escludere che proprio lui avesse condotto le trattative matrimoniali.

Prima di questa trattativa Bernardino Bernaudo, inviato speciale del re Federico, in nome del re chiede al cardinale Ascanio che faccia ogni opera ad impedire il matrimonio di Lucrezia Borgia con il principe di Salerno, Antonello di S. Se- verino.

L'anno successivo si trovò impegnato, sempre a Roma, nella delicata questione del progetto di matrimonio fra Cesare Borgia e Carlotta d'Aragona, figlia di Federico III.
A tale matrimonio era particolarmente interessato papa Alessandro VI Borgia, che vi vedeva la possibilità di una magnifica sistemazione del figlio. Non altrettanto interessati erano invece la stessa Carlotta d'Aragona, il padre e il re di Francia, Luigi XII, preoccupato di una pericolosa interferenza dei Borgia nella politica interna del Regno di Napoli.

Nel febbraio del 1499 Bernardino trattò a Roma con Alessandro VI Borgia , riferendo che re Federico non era contrario al suo progetto di matrimonio, ma non poteva però concedere a Cesare Borgia un dominio territoriale nel Regno di Napoli; poteva solo impegnarsi ad aiutare, ma senza fare ricorso alle armi, l'ambizioso figlio dei papa a costituirsi una signoria altrove. Le proposte di Federico costituivano, com'è noto, solo un diversivo per non rompere ufficialmente con Roma. La situazione maturò in senso diverso e del matrimonio di Cesare Borgia con Carlotta d'Aragona non si parlò più.

Nell'aprile del 1500 Bernardino fu mandato in Francia in missione diplomatica presso la corte del re Luigi XII, con l'incarico ufficiale di trattare il matrimonio di Carlotta d'Aragona con il gentiluomo francese Larochebreton, ma in realtà per offrire al re di Francia un milione di franchi in cambio di un impegno a rinunciare a ogni rivendicazione sul Regno di Napoli. La missione si svolse nel corso della primavera del 1500 ed ebbe risultati che poterono sembrare eccellenti: Luigi XII, infatti, promise di non assumere alcuna iniziativa almeno per il resto dell'anno contro Federico III, dietro versamento di una grossa somma da precisare.

L'anno seguente però la tanto temuta spedizione francese contro l'aragonese di Napoli ebbe luogo lo stesso con i risultati ben noti. Quando già la spedizione era in corso, Federico III, ignaro degli accordi intercorsi tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII, mandò nel maggio del 1501 Bernardino in Sicilia a chiedere l'aiuto dei gran capitano Consalvo de Cordova contro i Francesi.


Dopo il crollo della dinastia aragonese di Napoli e l'esilio di Federico III in Francia, Bernardino passò al servizio di Consalvo de Cordova del quale risulta segretario in documenti del 29 apr. 1503 e del gennaio e giugno del 1504. In una cedola della tesoreria reale in data del 30 sett. 1504 egli viene qualificato infine come "segretario delle Cattoliche Maestà".

Di lui non si hanno più notizie; risulta soltanto che morì a Napoli nel 1509.

Fonti e Bibl.: Lettere, istruzioni e altre memorie de' re aragonesi dalle quali si conferma quanto narra Giovanni Albino…, in Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell'istoria generale…, V, Napoli 1769, pp. 101, 106, 110, 129; Codice aragonese, a cura di F. Trinchera, II, Napoli 186-870, ad Indicem; M.Sanuto, Diarii, III, Venezia 1880, ad Indicem; IV, ibid. 1880, col. 8; V. ibid. 1881, coll. 34, 662, 772; Le cedole di tesoreria dell'archivio di stato di Napoli dall'anno 1460 al 1504, a cura di N. Barone, in Arch. stor. per le prov. napol., IX(1884), p. 22; X (1885), p. 46; Iohannes Burchardi Liber notarum ab anno 1483 usque ad annum 1506, in Rerum Italic. Script.,2 ediz., XXXII,I, 1, a cura di E. Celani, p. 471; S. Spiriti, Memorie degli scrittori cosentini, Napoli 1750, pp. 21-23; G. M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d'Italia, II, 2, Brescia 1760, pp. 978 s.; L. G. Pélissier, Louis XIIet Ludovic Sforza (8 avril 1498 - 23 juillet 1500), 2 voll., Paris 1896, ad Indicem; L. Volpìcella, Federico d'Aragona e la fine del Regno di Napoli nel 1501, Napoli 1908, pp. 26, 53; E. Pontieri, La dinastia aragonese di Napoli e la casa de' Medici, in Arch. storico per le Provincie napoletane, LXVI (1941).

Berardino era figlio di Filippo Bernaudo. Nobile cosentino che difese la città di Cosenza  dai nemici ed ottenne il privilegio  dal re Ferrante a portare le armi  per il regno di Napoli. Filippo e i suoi due figli, Bernardino e Giovanni, ricevono dal re l’incarico di 'Ufficio di Credenziero nella Corte del Luogotenente di Cosenza con la facoltà di far esercitare un loro deputato con una provvigione di 72 ducati annui, ed inoltre l'Ufficio di Credenzieria della Regia Udienza di Calabria. Pochi anni dopo, re Federico d'Aragona confermò l'Ufficio della Mastrodattia per le Province di Calabria ai due fratelli riconoscendolo anche ai loro eredi e successori. Bernardino  , si trasferì a Napoli, e dopo gli studi umanistici, fu allievo di Giovanni Pontano e intraprese la carriera di Segretario al servizio dei re di Napoli. Per tutti i suoi servigi  in tutta Europa prestati,  Bernardino de Bernaudo fu compensato con la concessione del feudo di   Camarda, ribattezzata  Bernauda ed oggi Bernalda. Bernardino ebbe un figlio, Consalvo, nome assegnato come riconoscenza nei confronti del Gran Capitano, ossia Consalvo d’Aragona, quest’ultimo tenne anche a battesimo il piccolo, la cui storia   costernata da numerose vicissitudini, merita una trattazione specifica. I discendenti della famiglia Bernaudo si rimanda al link  http://www.nobili-napoletani.it/Bernaudo.htm .

(pagine in costruzione)

Entrate provenienti da Torre Mare in favore del Principe di Stigliano

Il castello di Torre Mare ed il suo territorio, nonostante fosse stato più volte abbandonato a causa di pestilenze e soprattutto malaria, è stato sempre una struttura ambita e oggetto dei desideri per la nobiltà meridionale in quanto era un porto strategico, vista la sua  vicinanza alla via Erculea (Policoro) ,nonchè  "casello" di passaggio per i viaggiatori che transitavano da Puglia a Calabria e in ultimo , un punto di partenza di uomini e merci  dal porto  a Potenza e Matera.

Dalla analisi dell'atto notarile ,sotto riportato, risalente all'anno 1594 vengono citate ,oltre alle rendite del Principe di Stigliano( Famiglia Carafa) signore di Torre Mare dell'epoca, anche alcune colture, toponimi, particolari agronomici, usi che possono  dare un'idea del nostro territorio negli anni 1594.

 

 

  

Toponimi:

Macchia et Paludecchia si riferisce alla pianura destra Basento  oggi di Pisticci soprattutto ed in parte Bernalda, ma considerato che  Torre Mare si trovava sul lato destro del Fiume Basento, appare plausibile che si trattasse dei terreni paludosi oggi identificati con le contrade Mercuragno, Macchia, Vaccariccio, quarantotto e San Basilio. 

Le Angnene, presumo che siano le Agnoni del Basento, da San Teodoro fino a Torre Accio(?), quindi fin sotto Bernalda !!!E' palusibile dal punto di vista agronomico, infatti si tratta di terreni declivi utilizzati a pascoli fertili per pecore e capre(bacchi=becchi) e in parte a seminativi.

Marinelle e Zappile: trattasi delle contrade adiacenti alla foce del Bradano, oggi chiamate Zappino e Marinella, destinate  fida pascolo invernale ma anche a seminativi.

Ioncazzo? Non conosco contrade con questo nome, forse era presente uno iazzo !

Pantanello : si riferisce ai terreni attuali con tale toponimo, il fatto che fosse stato censito come orto significa che nel 1593 la palude fosse stata parzialmente prosciugata(?). 

In  merito alle produzioni di grano, parliamo di quantità importanti, nonostante le paludi, 1463 tomoli di grano sono oltre 1000 qli di grano e 493 tomoli di orzo sono circa 250 qli . Nonostante le paludi, si tratta di produzioni significative, che devono essere mietute e trebbiate a mano, in estate nel periodo di massimo contagio della malaria. Quante vite umane sono state sacrificate per ottenere tali produzioni?  

Dall'atto si conferma che a Torre Mare era presente un mercato del pesce e che vi fosse una taverna, dati confermati anche da scritture successive.  

Il Duca Antonio Carafa , marito di Elena Aldobrandini e padre di Anna Carafa che sposa il vicerè di Napoli, venuto nella marina per controllare un partita di grano muore di peste o per avvelenamento  in una locanda di Bernalda a soli 24 anni(un giallo non risolto).

Bibliografia: I PROVENTI FISCALI DEL PRINCIPE DI STIGLIANO
(da un manoscritto del XVI secolo) 
ANTONIO MOLFESE

Gli abitanti del Castello di Torre Mare

Facendo seguito alla ricerca sui "signori" del  Castello di Bernalda si tenta di fare qualcosa di simile con il Castello di Torre Mare,l'idagine si sposta nell'ambito dello stesso territorio, sui "signori" del castello di Torre Mare, ubicato a Metaponto.La ricerca in tale direzione è stata poco generosa di risultati proficui, nonostante l'impegno profuso in tutti i sensi. La fortificazione di Torre Mare è di gran lunga più vecchia del Castello bernaldese, 2500 anni e forse anche prima. Dai pochi  testi consultati si cercherà di fare una ricostruzione   cronologica limitanti agli ultimi 1000anni, di  coloro che lo hanno abitato e dei nobili casati che lo hanno abitato.  Numerosi ed autorevoli sono le pubblicazioni  in merito,ricordiamo l’evoluzione della toponomastica di Metaponto .Nella Tabula Peutingeriana  la fortificazione viene indicata con il nome di Turiostu, poi Sanctae Trinitatis, quindi Turris Maris, Torre  Mare  e solo grazie ai grandi esploratori stranieri ritorna il nome di Metaponto nelle antiche carte , ma solo alla fine  XIX sec.

Ippaso da Metaponto, chi era costui?

 Ippaso da Metaponto. Chi era costui? Viene subito da scrivere ,...quello della radice quadrata !!! Banalizzando.  Quindi oltre al teorema di Pitagora , alla città di Metaponto  potremo abbinare la "scoperta"   della radice quadrata?

Ma un numero può essere ... scoperto? Certo, se esiste come tale...

Un numero è un modo per esprimere una quantità o la posizione in un elenco di elementi, oppure il rapporto tra grandezze dello stesso tipo. Bene. Ci sono dei numeri che  non esprimono una quantità o  la posizione in un elenco di elementi. Questi numeri si chiamano numeri irrazionali in quanto non misurabili perfettamente con nessuno strumento, la radice quadrata di due è 1, 414213562373095048801....e continua all'infinito dopo la virgola. Nessuno si sognerebbe di andare al supermercato e chiedere un radical 2 chili di qualcosa, oppure dire "alla gara di corso ho fatto  radical 2 posto oppure all'esame ho preso  come voto pi greco!!! " Questi numeri che tutti noi abbiamo sicuramente studiato a scuola, sono stati oggetto di studio e di una grande disputa proprio a Metaponto nel VI-V sec a.c.  ad opera di un discepolo di Pitagora, il migliore di tutti, appunto Ippaso da Metaponto.  

E' difficile ricostruire la sua biografia, anche lui non ha lasciato niente di scritto,ma di Ippaso nella letteratura classica troviamo tanti riferimenti autorevoli e per certi punti di vista anche più semplice ed attendibile di quella del suo maestro. Accostare la figura di Ippaso da Metaponto alla Radice quadrata di 2 non è una eresia, ci sta tutta.

  Ippaso era un metapontino doc secondo Aristotile,Laerzio e Giamblico,nato durante l'Olimpiade LXX,  è stato tra i pochi fortunati discepoli ad ascoltare le ultime lezioni di Pitagora a Metaponto prima della sua morte. A Ippaso si deve la descrizione del dodecaedro regolare e la dimostrazione della sua iscrivibilità in una sfera, studi poi perfezionati da Archimede. La scoperta che gli risulterà “fatale” sarà l'esistenza di grandezze incommensurabili. Cioè dei citati numeri irrazionali. La scuola pitagorica era fondata sul concetto di numero, ossia tutto è numero, tutto deve essere misurabile, non poteva esistere secondo Pitagora qualcosa che non poteva essere misurato. Il triangolo isoscele rettangolo che ha   cateti che musurano1,  hanno per ipotenusa che misurano radice quadrata di due. Ossia un numero non misurabile.  L'edificio così faticosamente costruito della dottrina pitagorica  subì una scossa paragonabile ad un terribile terremoto. Ippaso, grande genio e grande ribelle, ma discepolo irriverente(?), preso dalla frenesia o vanagloria , di divulgare al mondo questa scoperta, tradì le regole della scuola e divulgò la scoperta all'esterno.

 Per il maestro   il tradimento fu letale e secondo alcuni studiosi, sia stato questo il fattaccio che abbia indotto Pitagora a lasciarsi morire , senza mangiare e bene per 40 giorni a Metaponto.  

La morte di Ippaso è un giallo. Diversi autori narrano che mori' nello Jonio. Secondo alcuni fu catturato ,messo in una sacco , imbarcato su una nave dai pitagorici e poi dato in pasto ai pesci in mare, secondo altri fu Giove , adirato nei suoi confronti, a far naufragare la sua nave mentre lasciava Metaponto. Il suo tradimento su così grave che i pitagorici gli costruirono  un tomba con tanto di monumento funebre a Metaponto,.. quando era ancora in vita, trattamento riservato ai peggiori traditori.

Un figura controversa ed interessante il nostro Ippaso,una figura di primo piano nel periodo magnogreco, sulle motivazioni del suo tradimento nel 1974 ,il prof. Paolo Cosenza al convegno ORFISMO IN MAGNA GRECIA  dal 6-10 OTTOBRE 1974, disse:

....Una conferma indiretta che Ippaso prese partito in tale occasione a favore della parte popolare può essere fornita dall’osservazione che varie fonti antiche parlano di Ippaso come di un pitagorico ribelle, che avrebbe contestata la distinzione dei membri della setta in matematici ed acusmatici (Diels-Kranz, op. cit., 18,2, Jambl., Vit. Pyth.), avrebbe divulgato, contravvenendo un divieto della scuola, in qual modo va costruita una sfera che sia formata da dodici pentagoni (Diels-Kranz, op. cit., 18,4, Jambl. de com. math. scientia); avrebbe stesa per iscritto e pubblicata la dottrina di Pitagora (Diels-Kranz, op. cit. 18,4, Clem. Al., Strom.), avrebbe calunniato Pitagora in un suo scritto intitolato Discorso mistico (Diels-Kranz, op. cit. 18,3, Diog.), e sarebbe stato bandito dalla comunità (Diels-Kranz, op. cit., Clem. Al., Strom.). ........., comunque i dati precedentemente. riportati di trasgressioni operate da Ippaso ed il bando decretato contro di lui sono tali che possono ben giustificare la definizione di Ippaso come di un pitagorico ribelle, insofferente della disciplina della scuola. Non può quindi meravigliare che da una tale figura di contestatore sia potuto partire, in un momento estremamente drammatico per l’esistenza stessa della confraternta pitagorica, un’iniziativa di netta opposizione  all’orientamento politico fondamentalmente conservatore ..... In conclusione dunque non tutti i pitagorici della prima generazione furono in politica degli ostinati partigiani degli interessi delle classi più nobili e ricche. Risulta anzi che a parteggiare, almeno in un’occasione, per la classe popolare ci fu tra i pitagorici una personalità non priva certamente di una propria robusta energia di pensiero, quale fu certamente Ippaso. Per quanto riguarda poi la ricerca delle cause che possono avere indotto Ippaso a farsi sostenitore di una politica in senso nettamente democratico va notato che le ragioni della scelta democratica di Ippaso non vanno trovate in una posizione di pensiero che possa essere definita,..........., come una posizione di carattere libertino. Chi, come lppaso, scrisse un discorso mistico non poteva essere né un ateo né un uomo privo di sentimento ed afflato religioso. Piuttosto io propenderei a trovare le ragioni della posizione politica di Ippaso o in una sua personale interpretazione del messaggio etico-religioso dell’originario Pitagorismo, che egli avrebbe interpretato in quel senso aperto alle istanze della religiosità popolare che caratterizzò il movimento orfico, oppure in certi suoi personali calcoli e valutazioni di ordine politico, che peraltro, allo stato attuale ci riesce assai difficile determinare.

Questo è solo un piccolo contributo sulla figura di Ippaso da Metaponto, trattasi  di una figura  complessa che va analizzata fino a fondo, come matematico , come filosofo e come politico..

Le certezze sono altre, a questa figura di un tale spessore per la conoscenza scientifica mondiale , il territorio ha dedicato molto poco, fatta eccezione dell'unica via a lui dedicata in quel di Marconia di Pisticci.  Non ci sono scuole  a Ippaso intestate, nè circoli culturali, biblioteche, associazioni, ecc...  , l'impegno di Cea B&M e della associazione AD PYTHAGORAM ha come scopo quello di recuperare il tempo perduto. Il 30 Luglio ci sarà un primo atto concreto in questa direzione , al Castello di Torre Mare a Metaponto,  la compagnia teatrale Talia Teatro presenterà la prima della rappresentazione teatrale "Pitagora e Ippaso da Metaponto" , opera originale scritta di Antonio Montemurro.

La rappresentazione sarà preceduta dall'agorà   della associazione AD PYTHAGORAM sul tema Pitagora "contro" IPPASO DA METAPONTO: LA SCOPERTA DELL'INFINITO

 

Il quartiere ceramico di Metaponto, una eccellenza artigiana della Magna Grecia

Non vi è rispetto se non vi è conoscenza, quindi   consapevolezza della ricchezza di un territorio, è la mission della nostra associazione, a cui chiediamo di aderire per dare un'azione più energica alle nostre iniziative  di divulgazione delle  bellezze culturali del nostro territorio.

E' la volta di un'altra straordinaria preminenza culturale di Metaponto, praticamente sconosciuta anche alle popolazioni locali . Il Ceramico di Metaponto , presente nel parco archeologico di Apollo Licio.

A Metaponto, come in altri città della Magna Grecia, esisteva il quartiere riservato alle officine ceramiche, il nome del quartiere è il Kerameikos, lo stesso nome dato al famoso quartiere di Atene.  Il ceramico non è ancora aperto al pubblico, ma presto dovrebbe essere disponibile ai visitatori. Si tratta dell'unica officina di ceramica figurata dell’Italia meridionale nota archeologicamente !

Nella seconda metà del VI secolo a.C. alcune delle officine ceramiche attive a Metaponto stabiliscono la loro sede in un quartiere situato a ridosso delle fortificazioni, nella zona settentrionale della città, ma  è presumibile che altre officine siano presenti, ma questo si potrà saperlo dopo  altre campagne di scavo che verranno sicuramente realizzate  in futuro nell'area urbana del parco urbano dentro il Parco Archeologico di Apollo Licio.

 La collocazione degli impianti produttivi in questa parte dell’abitato non è casuale. Dal vicino fossato collocato all’esterno delle mura si prelevava l’acqua, una delle risorse più importanti per la fabbricazione della ceramica. Le strade che delimitavano il quartiere (plateia I e stenopos) lo collegavano con il territorio, agevolando l’arrivo delle materie prime e la distribuzione dei prodotti delle officine. La posizione periferica rendeva più agevole anche lo smaltimento dei numerosi rifiuti prodotti (ceneri, vasi fusi o con difetti di cottura, strumenti non più in uso). Il loro studio ha fornito informazioni utili alla ricostruzione della storia di questo quartiere

Brigantaggio: eccidio del 1862

Luigi Franchi,(pisticcese n.d.r.), capitano di guardia mobilizzata, di Montescaglioso, distretto di Matera (Basilicata) in uno dei giorni del cessato mese di marzo, perlustrando il bosco di Bernalda, s' incontra con 12 pastori, che guardano i loro armenti, e chiede sapere se avessero notizie della banda brigantesca: costoro rispondono negativamente per essere stranieri di quei luoghi. Procede oltre; s'imbatte coi briganti, e vi si attacca. Pochi giorni dopo, ritorna nello stesso bosco, per vendicarsi de’ pastori, dai quali egli crede essere stato ingannato; invece dei medesimi, vi trova 10, o 12 contadini con le loro famiglie, li cattura, li lega mani e piedi, li chiude in un pagliaio; poi fa tirare moschettate dai suoi contro di questi e per giunta vi fa accender fuoco intorno, e così brucia vivi 10, o 12 innocenti, in presenza delle famiglie. (COLPO D'OCCHIO SU LE CONDIZIONI DEL REAME DELLE DUE SICILIE NEL CORSO DELL'ANNO 1862 ).

Ecco alcuni articoli in merito

 “Il diavoletto”, Trieste, giovedì 27 marzo 1862, anno XV, n.74, pag. 1.

“Teplitz-Schönauer Anzeiger”, venerdì 4 aprile 1862, pag. 1.

“Wiener Kirchenzeitung für Glauben, Wissen, Freiheit und Gesetz”, mercoledì 9 aprile 1862, pag. 240.

Poli, Oscar Philippe François Joseph, “Voyage au royaume de Naples en 1862”, Librairie parisienne Dupray De La Mahérie, Parigi, 1863, pp. 208 - 209.

Traduzione libera.

“Il signor Franco, capitano della Guardia Nazionale mobile di Montescaglioso, distretto di Matera, provincia di Basilicata, perlustrando il bosco di Bernalda, incontra dodici pastori che sorvegliano il loro gregge e chiede loro notizie sui briganti; quelli rispondono che non sanno niente, non essendo del paese. Dopo una certa distanza le guardie nazionali incontrano i briganti e si scontrano con loro. Passati pochi giorni, il capitano Franco torna nel bosco di Bernalda per vendicarsi dei pastori sospettando di esser stato ingannato; i pastori non ci sono più, ma trova al loro posto dieci o dodici contadini e le loro famiglie, li arresta, li fa legare piedi e mani e li fa rinchiudere dentro un fienile; poi dà l’ordine di appiccare il fuoco, in modo che questi sfortunati siano bruciati vivi davanti agli occhi delle loro madri, delle loro donne e dei loro bambini. New page is available [LINK] Molte di queste vittime innocenti cercano di sfuggire dalle fiamme, ma vengono uccisi con delle fucilate”.

Le notizie sui soprusi del capitano della Guardia Nazionale mobile, Luigi Franchi furono pubblicate anche in Irlanda:

“Cork examiner”, Cork, sabato 29 marzo 1862, pag. 3.

“Freeman’s Journal”, Dublino, sabato 29 marzo 1862, pag. 3.

“Dublin Evening Mail”, Dublino, sabato 29 marzo 1862, pag. 4.

“Catholic Telegraph”, Dublino, sabato 5 aprile, pag. 2.

“Aschaffenburger Zeitung”, 28 marzo 1862, pag. 3.

(Traduzione libera)

A Napoli la “Stella del Sud” ha pubblicato una notizia riportata da un uomo che era appena tornato dalla provincia di Basilicata. Nessuna relazione basata su commenti: “La scorsa settimana un capo della Guardia mobile ha incrociato in un bosco di Bernalda alcuni pastori e ha chiesto loro se avessero incontrato delle bande di uomini armati. Quelli risposero negativamente, ma qualche istante dopo ci fu uno scontro tra la truppa del capitano e una banda proveniente dalla boscaglia. Il capitano si convinse di esser stato ingannato dai pastori e dai contadini. Tornò nello stesso luogo tre giorni dopo e portò via gli sfortunati. Li rinchiuse in un fienile, cui fu appiccato il fuoco a colpi di moschetto, e ne trucidò tredici”.

“Lo Zenzero, giornale politico popolare”, Firenze, giovedì 27 marzo 1862, pp. 3 – 4.

“L’ingenuo”, martedì 1 aprile 1862, Livorno, anno II, n. 34, pag. 135.

“L’ingenuo”, giovedì 3 aprile 1862, Livorno, anno II, n. 35, pag. 140.

La Guardia Nazionale mobile di Bernalda nel 1862 aveva 360 iscritti nei registri di matricola e 42 militi, come si può leggere in: “Giornale della Prefettura di Basilicata”, Tipografia Vincenzo Santanello, Potenza, 1862, allegato a pag. 380.

Il capitano pisticcese della Guardia Nazionale mobile, Luigi Franchi (1813 - 1880), chiamato l'uomo della "carta bianca", perché ebbe i pieni poteri dal Governo per reprimere, in qualsiasi modo, comprese le esecuzioni sommarie, il brigantaggio.