STORIA

Torre Accio

 Una torre , una valle, un popolo, quello di Pisticci e Bernalda. Una torre al centro di una vallata storica, quale quella della valle del Basento. La vallata è stata il fulcro della Chora di Metaponto, colonizzata dai greci nel VI sec a.C. Da quei campi i coloni hanno ricavato pregiati prodotti agricoli che sono stati alla base della florida economia di Metaponto, importante colonia della Magna Grecia. L’immagine parla da sola, un bene storico-artistico particolarmente pregevole e in armonia con l'ambiente circostante, assieme al quale costituisce un sito di unicità irripetibile.

I camminatori di Passi Curiosi Cea B&M, domenica 4 ottobre, sono stati a far visita alla Torre Accio,partendo da Bernalda.

La Torre è posizionata su un altopiano a 4 km di distanza da Bernalda, paese sullo sfondo. E’ questa un’altra immagine che rende giustizia alla valenza paesaggistica della torre, ma che evidenzia lo stato di grave degrado in cui versa.

E’ lì da 500 anni, ma lo stato di degrado conservativo in cui si trova, ci fa pensare che ormai il crollo è veramente imminente, se non si interviene tempestivamente.

 Rientra nel territorio di Pisticci ma le sue vicende sono strettamente legate a quelle della fascia costiera metapontina. Tutte le vicende che hanno riguardato Pisticci si trovano puntualmente nel metapontino, in parte sono state determinate da quest’ ultimo. La posizione geografica, i documenti storici, le affinità con altre strutture simili nella regione lucana e calabrese permettono di collocare la torre dell’ Accio nel XVI sec. Fin dai tempi dei fenici, dei greci e dei cartaginesi le coste dell’ Italia meridionale sono state frequentate da mercanti, colonizzatori in cerca di profitti, di fertili terre da coltivare e da abitare. Nel corso dei secoli si sono avvicendati diversi popoli quali i bizantini, gli arabi, i normanni, i corsari barbareschi che devastarono e occuparono il territorio, affermando il loro dominio per poi difenderlo dagli attacchi di altri invasori. Il pericolo del nemico turco che attraverso ripetute incursioni saccheggiava, faceva razzie di bestiame e uccideva gente inerme nei campi o nei piccoli centri abitati, dettò la costruzione di torri di avvistamento e di prima difesa.(La strage di Scannaturchi nel 1565 , merita una cotaizone a parte)

La torre dell’ Accio rientrò nel sistema di difesa costiero jonico della seconda metà del 1500 voluto dal governo aragonense che realizzò un sistema di avvistamento integrato con i fortilizi esistenti. La torre serviva ad avvistare i nemici già sbarcati sulla costa, ma anche quelli che penetravano nell’ entroterra attraverso le rete fluviale ( non a caso la torre sorge vicino al corso del Basento). Dalla’’ Carta manoscritta della terra d’ Otranto’’ e dalla tavola della Basilicata del manoscritto del 1613 di Mario Cartaro, si può osservare la rete di torri sulla linea di costa e nell’ immediato entroterra; in questi documenti sono indicate le sei torri della marina di ponente e le sei torri della marina di levante in un contesto di 380 torri realizzate dal governo vicereale del regno di Napoli in mezzo secolo.

La fortezza di Torre Accio fu istituita con un decreto regio del 1568 emanato da Filippo Dragone, governatore della provincia di Basilicata, per far fronte agli attacchi dei turchi che volevano conquistare il regno. A promuovere la costruzione della torre fu il regio governatore pisticcese Don Roberto De Lo Massaro che godeva della fiducia del re di Napoli, città dei suoi studi e della sua giovinezza. Nel decreto, che imponeva la costruzione di queste torri , era specificata anche la fisionomia che ogni torre doveva avere. Per la costruzione della torre si servì di manovalanza qualificata presente in zona, in particolare dei capomastri Laviola ,di origine bergamasca, e di una squadra di operai, soprattutto pisticcesi e bernaldesi, che eseguirono il progetto forse elaborato dallo stesso governatore pisticcese.

Dall' analisi architettonica di Torre Accio, risulta evidente lo sforzo compiuto dalle autorità di coniugare i principi dell’ estetica con le esigenze militari. Il materiale edilizio utilizzato, veniva recuperato dai resti di Heraclea e Metaponto, dalle fornaci e dal fiume. In particolare , la torre è costruita in parte da carparo , soprattutto sugli angoli , e per il resto da ciottoli. Non vennero usati laterizi perché erano troppo costosi. Il materiale veniva lavorato dallo scalpellino, un mestiere che oggi è quasi del tutto scomparso. Come per le altre, anche per la Torre Accio furono emanati editti sia per la costruzione che per la sua manutenzione, come si legge in alcuni documenti custoditi nella biblioteca di Napoli. Secondo alcune fonti, tramandate oralmente, la torre prenderebbe il nome dalle numerose colture di sedano ( dal latino apium, poi nel dialetto locale “accio”) presenti nella zona, situazione che avrebbe dato il nome all’ omonima località situata a pochi km da Pisticci. Secondo recenti studi del professor Vincenzo D’Andò la suddetta deriverebbe il nome dai resti della tomba del famosissimo tragediografo latino Accio che si fermò nella zona durante la fuga da Roma a Brindisi.

Il monumento però non può risalire all’età di Accio ( III sec. a. C.), ma ad un epoca molto posteriore: venne costruita dai normanni (popoli che invasero le coste meridionali) come conferma la base quadrangolare, per evitare attacchi nemici. Per la molteplicità della sua struttura architettonica e per l'ubicazione topografica, Torre Accio fu una struttura militare di riferimento nell'ambito dei sistemi difensivi dell' interno e della costa. Molte torri in Basilicata risalgono al periodo romano, altre all'epoca normanno-sveva ed angioina con forme svariate che vanno dal casale, al castellum ed al castrum, strutture semplici, nate per assolvere funzioni diverse, in seguito legate alle alterne vicende storiche e politiche dei feudi monastici e laici. Nel territorio sono presenti: torri a pianta quadrata e torri a pianta circolare. Le torri quadrate sono le più antiche, risalenti per lo più all'epoca normanna; internamente cave, divise in più piani sovrapposti con ambienti ricettivi. Erano dislocate nell'ambito della masseria o isolate nel territorio di appartenenza, a guardia dei fiumi a presidio delle principali vie di comunicazione tra la costa e l'entroterra e rivestivano una notevole importanza economica e strategica. Torre Accio rientra in una perfetta maglia difensiva a guardia dell’ interno da probabili attacchi via mare, in un importante guado fluviale, all' incrocio di tratturi legati alla transumanza, come anche al controllo della rete viaria che congiungeva San Teodoro, San Basilio con i Casali di Pisticci e di Bernalda. Ma la sua destinazione originaria era quella di controllo e contenimento delle incursioni dei pirati, Saraceni e Corsari, piuttosto frequenti lungo tutte le coste italiani. I collegamenti tra Torre Accio e altre torri erano visivi ed acustici. Attraverso giochi di specchi di giorno e suoni di campane di notte,si comunicavano necessità e pericoli. Quindi Torre Accio doveva essere provvista anche di campane. Si ignorano tuttavia i codici di messaggio che dovevano essere certamente segreti. Altro sistema di collegamento era quello effettuato con le fumate di giorno ed i fuochi di notte. La torre fungeva anche come alloggio per le famiglie dei cavallari e dei pochi uomini armati, dotati di scarsi mezzi di artiglieria.. In prossimità della stessa era presente anche un piccolo orticello per le esigenze delle famiglie, ai cavallari infatti veniva dato solo il cavallo e l’armatura. Durante il giorno e la notte a turno vigilavano il territorio circostante e ai primi avvistamenti di pericolo i cavallari comunicavano da torre a torre o con i fuochi o con le trombe oppure portavano le terribili notizie con velocissimi cavalli. Questo sistema era efficiente per il 40- 50% Nonostante la torre fosse dotata di un sistema di validi cavallari nel 1677 i saraceni riuscirono ad invadere la costa e a rapire circa 80 persone che poi vendettero come schiavi o portarono in Turchia. Pochissimi uomini riuscirono a sfuggire. Molti altri comuni (allora detti università) come Nova siri, Montescaglioso e Scanzano insieme a Pisticci e a Bernalda furono incaricati di costruire torri di avvistamento. Le università riuscirono a costruire tutte le torri nell’arco di 5-6 anni. Questa torre di difesa era collegata principalmente a Torremare (Metaponto) che all’ origine era una torre di avvistamento, poi ampliata fino a divenire un piccolo castello Questa zona fu donata a Pisticci nel 1100 dai benedettini di Montescaglioso e comprendeva circa 1500 ettari che furono divisi appunto in zone di avvistamento utili per l’ordine pubblico.

Nel 1656 nel regno di Napoli ci fu la peste bubbonica. La popolazione fu decimata, in Basilicata circa il 25% della popolazione morì. Secondo alcune fonti Pisticci invece non venne colpita proprio grazie alla torre che fungeva quasi da ospedale. I viaggiatori infatti venivano fermati per una decina di giorni, se erano contagiosi non venivano fatti entrare in Pisticci altrimenti erano liberi. In questa occasione alla torre furono apportate delle migliorie. Ne 1700 poi la torre non più utile venne abbandonata. Nel 1812- 1813 sotto Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat la torre venne affidata ad una famiglia pisticcese imparentata con la famiglia Nobile- Minnaia i cui discendenti la custodiscono ancora oggi.

Nel regno di Napoli, furono realizzate 380 torri costiere, in Basilicata, lungo la costa jonica sono presenti poche testimonianze di torri ancora in piedi oltre qualche traccia. La torre dell’Accio Il sistema di comunicazione usato ,basate su segnali percepibili facilmente(fumo,specchi ,fuochi e campane), fa pensare che le stesse torri possano essere state posizionate non molto distanti una dall’altra, o che ci possano essere state dei punti di avvistamento intermedi. Da testimonianze ancora presenti sul territorio e da letteratura e cartografia, rileviamo che le torri costiere e lucane fossero : Torre Basento (poi Torre mare, oggi è una castello ristrutturato), Torre Salandrella (era nel comune di Pisticci, anche se nelle carte del censimento del 1600 del Regno di Napoli veniva citata come sita nel Comune di Bernalda.Dove era individuata topograficamente dalle antiche carte, oggi è stato realizzato un villaggio turistico ex novo). Torre della Scanzana(ristrutturata , a base quadrangolare e trasformata in ristorante) Torre dell’Agri (oggi Torre Mozza, è rimasto solo in nome, in stato di abbandono ,è limitrofa al grande complesso turistico Marinagri.) Torre di San Basile (non esiste traccia,dalla cartografia storica rileviamo che fosse tra le foce dell’Agri e del Sinni)), Torre del Sinni , (Nova Siri, non esiste traccia,era nei pressi della foce del Sinni), Torre Bollita (E’ una masseria ristrutturata a Nova Siri, la pianta è a base circolare), Torre Mattoni (è in Puglia ma sul confine lucano, vicino l’argine della foce del Bradano, è in totale degrado, è una torre a base rettangolare a tronco di piramide) Torre Accio è nell’entroterra,ma sempre sulla sponda di un fiume, allora navigabile,è la torre più importante nell’entroterra, distante 12 Km in linea d’aria dall’allineamento delle torri costiere, ma allo stato attuale è anche la torre più alta., forse perchè la più distante da avvistamenti intermedi? E’ un’ipotesi. Come le altre torri anche Torre dell’Accio è a base quadrata, a tronco di piramide , ma a differenza delle altre ha la sommità merlata, ma questa torre ha avuto un ruolo ben preciso per la gente di questa valle, in senso assoluto la più popolosa dai tempi della Magna Grecia fino al 1600. Nel corso del tempo, come è accaduto per le altre torri, anche Torre Accio è stata più volte ristrutturata e potenziata a giudicare dalle evidenti stratificazioni e sovrapposizioni di materiale, ciò dimostra la funzione di rilievo che la torre ricopriva sui dorsali delle colline, vicino al fiume condizionando nel tempo l’assetto e lo sviluppo del territorio. Da un’ osservazione attenta emerge anche una differenza di stile architettonico tra la parte superiore e la base, riferibili a periodi diversi. Sui tre lati rimanenti in corrispondenza dei solai sono presenti delle merlettature e delle decorazioni sugli infissi. Sono presenti anche delle forature quadrangolari che servivano per inserire le travi per il ponteggio. L'aspetto attuale della torre evidenzia fortemente l'alto stato di degrado e i numerosi successivi interventi di restauro e fortificazione. La struttura superstite è costituita da una sola parete interna con le due pareti adiacenti semicadute. Tuttavia è ben evidente quella che possa essere stata la struttura originaria della fortezza. Di pianta quasi perfettamente quadrata esse si innalzava per un altezza di circa 19 metri dai punto più basso del pendio collinare su quale giace. L'imponente costruzione si sviluppa su tre piani a cui si va ad aggiungere un seminterrato, totalmente privo di accessi alla parte superiore e, quindi probabilmente, adibito a funzione di magazzino. L' accesso a tale ambiente è posto al lato che guarda a nord, il lato più decorato dei tre rimasti in piedi. E' quindi ipotizzabile anche che la sua funzione fosse quella di trarre in inganno gli eventuali assalitori che ovviamente cercavano di conquistare l'accesso alla parte superiore dell' edificio. Tale accesso, dunque, era posto sul lato ovest della torre, il lato che oggi è completamente decaduto, a meno che esso non fosse costituito dall'apertura posta sulla parte sud (meno visibile), in verità piuttosto piccola come oggi ancora si presenta. L'aspetto esterno della torre denota un certo restringimento delle pareti verso l'alto, tanto che l'ultimo piano si sviluppa solo su poco più della metà dell'estensione della pianta. L'effetto di graduale snellimento è reso ancor più percettibile dalle presenza, nella parte superiore dell' edificio, di una certa alternanza di vuoti costituiti da volte. Anche la muratura contribuisce all'effetto di slancio dato alla struttura. Se infatti nella parte sottostante dominano evidenti i grandi tufi squadrati, man mano che la torre si erge, il taglio delle pietre va rimpicciolendosi finché nella parte superiore domina il laterizio leggero. La cornice esterna in pietra corrispondente all' ultimo piano, sembra proprio segnare definitivamente il passaggio dalla struttura rozza e pesante della parte sottostante alla struttura più elegante e slanciata della cima. La muratura, in particolare quella relativa ai primi due livelli, è realizzata con grossi ciottoli di fiume (quelli del Basento) di dimensione irregolare a pezzatura ridotta, intervallati da alcuni conci di tufo e un gran numero di scaglie di cotto, il tutto assemblato con un notevole quantitativo di malta. Negli spigoli sono sistematicamente utilizzati grossi conci di tufo tagliati con regolarità. L'apparecchio murario denota scarsa qualità: le pezzature di tufo sono sempre irregolari tanto da rendere necessario l'uso di grosse scaglie di cotto per regolarizzare il tutto. E' probabile che nella costruzione della torre siano stati utilizzati materiali scadenti o recuperati da altri edifici. In particolare il tufo, stante la notevole distanza dalle cave più vicine, potrebbe anche provenire dalle rovine di Heraclea. La parete che volge a nord, e quindi alla strada di accesso, è caratterizzata, a differenza delle altre, dalla presenza di ben tre finestre. La prima, che è anche la più decorata, è sormontata da uno splendido decoro costituito da un arco a sesto leggermente ribassato, formato da sette pietre sagomate tra cui molto evidente è il concio di chiave. La stessa struttura decorativa, anche se più irregolare e di evidente realizzazione posteriore, sormonta l'ingresso all' ambiente presenta una copertura a volte a botte, leggermente deformata dall' usura, quasi adiacente all' estremo superiore della suddetta finestra. Le altre due finestre quasi simili tra loro ma completamente diverse dalla prima, presentano evidenti segni di logoramento. Esse sono poste in corrispondenza del primo e secondo piano. Più povera e rozza è la parete Est, la prima ad apparire percorrendo la strada che accede alla torre verso Ovest, essa presenta nella parte superiore, coerentemente con il disegno delle altre facciate, degli archi a tutto sesto, leggermente differenti come dimensioni. Tutte le pareti esterne terminano con un bel profilo merlato ottenuto con piccoli elementi di cotto disposti a gradienti. L interno dell' edificio è assolutamente irriconoscibile per l' avanzato stato di degrado o di instabilità dovuti a crolli parziali di frammenti di solai e pareti più o meno recenti. Sono soltanto evidenti degli accenni di volte a botta che probabilmente costituivano il solaio del primo e del secondo piano. Non esistono tracce di quello che poteva essere il tetto dell' edificio. Dei vari piani non rimane quasi niente, e i pochi accenni di pavimento sono completamente rovinati dal degrado e ricoperti di vegetazione selvatica. Unico particolare interno degno di nota e quasi perfettamente conservato è la splendida scala a chiocciola che costituisce l’ unico accesso ai piani superiori dal primo piano, tale scala è racchiusa in un sistema ad angolo coincidente con lo spigolo Sud-Est, la scala è composta da circa 45 gradini.

Facile individuare l'eccezionalità paesaggistica del sito, le foto riportate in questo lavoro sono eloquenti. Questo rappresenta un raro esempio di bene storicoartistico in armonia con l'ambiente circostante, assieme al quale costituisce un sito di unicità irripetibile. La torre sembra che vigili ancora sulla vallata , a tutela di altri pericoli, quali le varie emergenze ambientali.

La torre si erge su tre livelli, ognuno di essi era un trivano per i cavallari che abitavano la torre. Sul livello superiore, in prossimità erano presente un balcone e sul terrazzo tra le torri merlate era presente la guardiania per l’avvistamento. Gli strumenti per l’allarme erano posizionati probabilmente sulla terrazza più alta. Non vi sono prove certe,ma probailmente sugli archi del livello superiore potevano essere posizionate della campane per l’allarme acustico.

1) Strumenti di tutela del bene stesso La Torre dell’Accio è inserita nell’Elenco Beni Architettonici del territorio di Matera tutelato mediante D.M. 24.09.84. Dal momento che la torre costituisce un bene artistico e soprattutto storico di un certo rilievo per il territorio lucano, per la sua salvaguardia si auspicano una serie di interventi di restauro che possano risanare le crepe ben evidenti su un lato e contenere gli inevitabili cedimenti dei muri perimetrali. Evindentemente l’essere in elenco non basta, la torre sta perdendo pezzi ogni giorno ed è vicina al collasso definitivo. E’ipotizzabile anche una ricostruzione della stessa torre come si sta già operando per il complesso benedettino dell’ abazia del Casale a Pisticci. L’ubicazione della torre, a qualche centinaio di metri dalla SS Basentana permetterebbe di utilizzare questa struttura per convegni, incontri culturali, premiazioni, per l’esposizione di piccoli oggetti della cultura contadina. Dal momento che la torre costituisce un bene artistico e soprattutto storico di un certo rilievo per il territorio lucano, per la sua salvaguardia si auspicano una serie di interventi di restauro che possano risanare le crepe ben evidenti su un lato e contenere gli inevitabili cedimenti dei muri perimetrali. E’ipotizzabile anche una ricostruzione della stessa torre come si sta già operando per il complesso benedettino dell’ abazia del Casale a Pisticci. L’ubicazione della torre, a qualche centinaio di metri dalla SS Basentana permetterebbe di utilizzare questa struttura comw contenitore culturale della civiltà contadina della Valle del Basento

casino ambrosano

Don Filippo Ambrosano, chi era costui

Continiamo le passeggiate nei luoghi della nostra storia, per ben due volte le passeggiate del gruppo PASSI CURIOSI CEA B&M, si cono concentrate sul Casino Ambrosano, un'antica masseria allo stato di rudere presente a solo  due Km da Bernalda. I partecipanti hanno poturo apprendere la strardonaria storia di Don Filippo Ambrosano, 

Don Filippo Ambrosano   è stato un'importante figura storica, avvocato  e cronista di Bernalda  vissuto nel XVIII secolo.

È ricordato principalmente per due ragioni fondamentali legate alla storia lucana:

La difesa dei cittadini: In qualità di dottore in utroque jure (laurea in diritto civile e canonico), si oppose fermamente alle mire del feudatario locale Perez-Navarrete. Difese i contadini bernaldesi dai soprusi del duca, in particolare impedendogli di appropriarsi della Cisterna Grande, una fondamentale riserva d'acqua pubblica della comunità.

Fu l'autore del celebre manoscritto Istoria Civica di Bernalda (1798). Questo testo rappresenta il primo tentativo organico e sistematico di documentare la storia, la vita sociale, le tradizioni e lo sviluppo urbano del comune lucano.  

La sua vita si interruppe tragicamente a Napoli nel 1799, dove fu sorpreso e perse la vita durante i violenti moti rivoluzionari legati alla Repubblica Napoletana. Il suo prezioso manoscritto è stato successivamente recuperato, trascritto e pubblicato in epoca moderna (nel 1997 a cura di Angelo Tataranno), rimanendo una delle fonti storiche più autorevoli per comprendere la società bernaldese del Settecento.  

Si riporta un' interessante recensione del libro Istoria Civica d Bernalda scritta da Notarangelo, Domenico


La rivoluzione napoletana del 1799 in Puglia e Basilicata   

Istoria  civica di Bernalda 1798

trascrizione, introduzione e note di Angelo Tataranno

1997, Antezza Tipografi, Matera

Il 3 maggio 1799, nella Chiesa Madre di Bernalda, il cardinale Fabrizio Ruffo celebrò messa prima di partire alla volta di Matera per sferrare poi il sanguinoso e decisivo assalto alla roccaforte repubblicana di Altamura. La decisione del porporato sanfedista di pernottare nel castello di Giuseppe Perez-Navarrete è da ricercare anche nel rapporto di parentela che intercorreva tra lo stesso Cardinale e il barone di Bernalda. Il barone, infatti, era figlio di Enrichetta Ruffo di Bagnara, sorella di Fabrizio Ruffo. Ragione sufficiente perché il Cardinale potesse sentirsi al sicuro trascor¬ rendo la sua prima notte lucana fra mura domestiche e protette. Tanto è testimoniato da Angelo Tataranno nella prefazione alla Istoria civica di Bernalda 1798 di Filippo Ambrosano, rimasto inedito per due secoli. Dopo tale tempo il manoscritto è finito nelle mani di Angelo Tataranno attraverso un lungo e fortunoso itinerario. Per la verità il manoscritto era già stato compulsato dal Definitor Lettor Lodovico da Bernalda, il quale ne tramandò una copia nel 1844 per gentile concessione di don Giuseppe Ambrosano, figlio di don Filippo, aggiungendo che il suo autore morì in Napoli nel 1799 «assassinato in propria casa nella crisi memoranda».

Angelo Tataranno si chiede a giusta ragione se anche don Filippo Ambrosano possa essere iscritto nel martirologio di quel tragico anno di rivoluzione, e ragionandoci sopra non ne esclu¬ de rattendibilità, considerando alcune circostanze che collocano l’autore del manoscritto al centro di intense e lunghe battaglie giudiziarie antifeudali. E proprio per questo, osserva Tataranno, il barone bernaldese, certamente responsabile di «spoglio universale delle difese, demanii e dritti universali», avrà avuto più di una ragione per odiare don Filippo che con le sue lotte giudi¬ ziarie metteva a rischio la roba dei Perez-Navarrete. Cioè del ni¬ pote del cardinale Fabrizio Ruffo. E infatti don Filippo nel 1784, quindi appena quindici anni prima della rivoluzione napoletana, aveva sostenuto «sessantatré punti di gravezze» nel Sacro Regio Consiglio contro le usurpazioni baronali.

Nel 1799, dopo che le orde sanfediste avevano riportato il Borbone sul trono napoletano, e col potere che il cardinale Ruffo deteneva nelle sue mani, qualcuno avrà pensato di far pagare il fio a don Filippo, magari ricorrendo a sicari nel clima di vendette e di confusione che regnava a Napoli. Tataranno giustamen¬ te scorge il nesso: don Filippo Ambrosano era stato il paladino delle battaglie giudiziarie contro le usurpazioni baronali, il baro¬ ne Giuseppe Perez-Navarrete ne era stato danneggiato, e come nipote del cardinale si trovava nella condizione di far pagare il fio a don Filippo. Sta di fatto che, come riferisce il francescano Padre Lodovico, proprio nel 1799 don Filippo viene «assassinato in propria casa nella crisi memoranda», anche se lo storico luca¬ no Tommaso Pedio non se la sente di annoverarlo nel numero dei Rei di Stato, né di ascriverlo tra i sostenitori di Pagano o di Caracciolo o di Eleonora de Fonseca Pimentel. Quando Padre Lodovico nel 1844 «appone la sua scarna nota a piè del lavoro di copiatura del testo» di Ambrosano, sul trono di Napoli c’è ancora il Borbone, ed è quindi vivo il clima di terrore che scoraggia il frate francescano a dire di più e a prendere posizione, ammesso che fosse a conoscenza di fatti e circostanze inedite, tant’è vero che «il buon frate francescano, in modo asettico, preferì definire quegli avvenimenti come crisi memoranda e non di più!». Quanto basta a Tataranno, così argomentando, per affacciare l’ipotesi non tanto peregrina che anche don Filippo Ambrosano possa avere un qualche diritto ad essere annoverato nel martirologio di quel 1799.

Angelo Tataranno, dal contesto delle considerazioni svolte da Filippo Ambrosano, cerca di ricavare anche l’ipotesi che Bernalda non fosse rimasta fuori dai movimenti che dettero vita agli eventi del 1799, e ne deduce che anche in questa parte del Regno le idee e i progetti rivoluzionari erano stati seminati ed avevano trovato sostenitori. Ma ammette che non si sa se vi sia stato issato anche l’albero della libertà. E allora resta solo la mes¬ sa di Ruffo del 3 maggio a documentare la presenza di Bernalda in quegli avvenimenti del 1799.

Enrichetta Ruffo di Calabria,  madre di Giuseppe Perez-Navarrete (immagine modificata con con AI)

 

Sant'Angelo Vecchio, un sito che ci racconta la nostra storia, dal neolitico alla riforma agraria

Sant'Angelo Vecchio è un sito storico di importanza incredibile, situato nel cuore della Chora di Metaponto. (Il testo è la prefazione realizzata da Joseph Coleman Carter tradotto con AI daThe Chora of Metaponto 6 A Greek Settlement at Sant’Angelo Vecchio)

santangelo choraSANTANGELOaffrescoLa chora di Metaponto era ricca di siti antichi risalenti a tutti i periodi della storia di questa terra, dal Neolitico al Medioevo, rappresentati da una varietà di strutture. Il periodo dell'insediamento greco, della chora vera e propria, è di gran lunga il più presente. Circa il 95% dei siti registrati nella ricognizione sul campo della chora condotta dall'Istituto di Archeologia Classica (ICA) (1981-2001) erano greci, sebbene spesso con una componente preistorica (solitamente neolitica) e, in un numero limitato di casi, oltre ad una importante presenza romana.

Sappiamo tutto questo grazie alla lungimiranza e all'energia di Dinu Adamesteanu, che organizzò le prime indagini e scavi sistematici negli anni '60. La profonda preoccupazione di Adamesteanu per la preservazione di tutta la storia si manifestò nella sua attiva tutela dell'intera area dell'intera Basilicata di cui, in qualità di primo Soprintendente, era responsabile.

Negli anni '70, un sconsiderato programma di rimodellamento del paesaggio( con grandi lavorazioni del terreno con mezzi pesanti per realizzare i primi vigneti dei Metaponto), finanziato dalla cassa del Mezzogiorno, per livellare i terreni, stava distruggendo centinaia di siti antichi.  Ricordo chiaramente quel giorno di fine maggio del 1979 in cui l'assistente del Soprintendente, Antonio Indice, mi portò a Sant'Angelo, dove i resti di un grande deposito di statuette e targhe in terracotta erano ancora visibili lungo la strada. In quel periodo, Ingrid Edlund, con un gruppo di professionisti, studenti, volontari e operai altamente qualificati, si stava preparando a proseguire gli scavi del santuario di Pantanello. Fu informata dell'urgenza della situazione, e lei e il gruppo si dimostrarono all'altezza della situazione. Il sito di Sant'Angelo Vecchio fu scavato, essenzialmente, quell'estate, con ulteriori approfondimenti negli anni successivi. 

 santangelo1

Il sito si rivelò inaspettatamente ricco. Vi erano prove epigrafiche di un santuario qui nel VI secolo a.C., uno dei numerosi santuari extraurbani che includevano Pantanello e San Biagio sul Basento e le Tavole Palatine sul Bradano. C'era un piccolo casale della seconda metà del VI secolo a.C. sul pendio sopra la sorgente dove sarebbe stato situato il santuario; c'era anche una piccola Necropoli con sepolture di una certa importanza. Tra i corredi funerari figuravano vasi in alabastro e a figure rosse, tra cui uno dei primissimi del pioniere italiota greco, il Pittore di Pisticci. (Prima che gli scavi nella chora portassero alla luce numerose sepolture con la sua opera, era nota soprattutto per le collezioni museali.). Un centro di produzione ceramica fiorì qui dal IV secolo a.C. all'inizio del I secolo d.C., grazie all'abbondante argilla di buona qualità della valle del Basento e alla presenza della sorgente, elemento essenziale di tutti gli insediamenti in campagna.

Il sito era sicuro perché i proprietari terrieri, la famiglia Santoro, non solo si dimostrarono cordiali e disponibili durante gli scavi, ma presero sul serio la loro responsabilità informale per la protezione del sito. Gli attuali proprietari, la famiglia Sarubbo, hanno continuato a rispettarlo. Gli oggetti del sito furono restaurati, catalogati e documentati fotograficamente, e furono disegnate  leplanimetrie e le sezioni del sito. SANTANGELO FORNACEA

Sant'Angelo Vecchio e diversi altri siti furono salvati per la documentazione storica degli insediamenti greci in Italia da un programma lungimirante e originale come quello di Adamesteanu. Il PHI permise di impiegare giovani studiosi italiani molto preparati e altri esperti da tutto il mondo nello studio di scavi inediti nella chora. Questo progetto iniziò nel 2000 e ricevette un forte impulso nel 2007. Il risultato è un'ampia collana di pubblicazioni in corso. Il volume attuale è uno dei sei titoli (10 volumi separati) completati finora,1 con molti altri in lavorazione, tra cui uno dedicato esclusivamente alle abbondanti targhe votive in terracotta trovate a Sant'Angelo Vecchio da Rebecca Ammerman. Gli studiosi lavorano presso il centro studi di Pantanello, con la sua biblioteca e gli alloggi, mentre il personale di produzione editoriale lavora presso gli uffici dell'ICA ad Austin.

È qui che Francesca Silvestrelli ha unito le forze con l'ICA. Studiosa fantasiosa e meticolosa, ha organizzato il team di studio e ha intrapreso una completa rivalutazione delle prove provenienti dagli scavi originali a Sant'Angelo Vecchio, nonché da alcuni nuovi scavi nel 2010 e nel 2011. La pubblicazione segue lo schema generale dei volumi precedenti della collana. Vi è una forte enfasi sullo studio della ceramica da parte dei massimi specialisti del settore, tra cui la stessa Francesca. Questo lavoro fornisce uno strumento inestimabile per chi lavora nei siti greci e romani dell'Italia meridionale. Contiene capitoli su argomenti poco noti come la ceramica rossa. Un'inaspettata fase romana e tardo romana del sito è venuta alla luce, sulla base di alcuni frammenti poco appariscenti che avrebbero potuto facilmente essere trascurati da un team meno attento e preparato. Sant'Angelo stesso, in un'area piuttosto limitata, illustra con una vasta gamma di materiali la varietà di attività che caratterizzavano la chora nel periodo di massimo splendore dell'insediamento greco e dei suoi successori.

Silvestrelli ha individuato collegamenti con altri siti e studi. Imèortante è stata l'analisi archeobotanica in quanto ha  ricreato il paesaggio circostante il sito, ma fa parte di un quadro più ampio, una tessera del mosaico dell'antica campagna che sta lentamente, pezzo dopo pezzo, emergendo alla vista a Metaponto, una realtà storica che per ora è unica nell'Occidente greco.

Gli autori vanno lodati per l'abilità e la perseveranza con cui hanno guidato questo impressionante sforzo collaborativo fino al completamento.

Joseph Coleman Carter
Austin, Texas
September 2015

La pagine segue su una parte forse meno nota agli appassionati della nostra storia, ossia  Sant'Angelo Vecchio medioevale, come riferimento dal punto di vista storico, culturale, paesaggistico, organizzativo . ed evolutivo del mondo rurale del metapontino. Questo lo rileviamo nell'articolo della archeologia  Erminia Lapadula,sempre tradotto con AI daThe Chora of Metaponto 6 A Greek Settlement at Sant’Angelo Vecchio.

"Sant'Angelo Vecchio è sempre stato oggetto di dibattito e discussione. La fase post-medievale, invece, è rappresentata dall'omonima masseria che occupa oggi il sito , costruita  in diverse  fasi distinte ed include anche  una chiesa con unaffresco su  parete sopra l'altare della chiesa, atabile al XVII secolo e attribuibile a un artista dell'Italia meridionale.Tale affresco raffigura l'Arcangelo Michele nell'atto di trafiggere Satana .

Situato su un modesto rilievo sulla riva nord-orientale del fiume Basento, tra le località Agnone S. Angelo e Avinella il sito faceva parte di un paesaggio medievale e post-medievale scarsamente popolato. 

Attualmente, le uniche evidenze archeologiche note provengono dall'intensa indagine sul campo tra i fiumi Bradano e Basento condotta dall'Istituto di Archeologia Classica nel corso di  20 anni, i cui risultati sono stati   pubblicati. 

santangelo1979L'indagine ha documentato diverse aree contenenti manufatti romani  e medievali , che sono stati interpretati come strutture agrarie .Fonti medievali documentano l'esistenza di un casale(villaggio) a Sant'Angelo di Avena, proprietà dell'abbazia di Santa Maria del Casale a Pisticci, all'iniziodel XII secolo. Nonostante i molti dubbi e incertezze che circondano l'autenticità di diverse chartae, un documento che colloca la donazione della chiesa di San Michele Arcangelo da parte di Rodolfo Maccabeoa Giovanni, abate di Santa Maria del Casale a Pisticci,nell'anno 1100 appare comunque credibile.Il documento descrive l'ubicazione della chiesa così: “que sita est iuxa flumen Basenti cum casale et hominibus in eo habitantibus et cum omnibus pertinentiis,acquis, pascuis ecc.”Un documento precedente di dubbia autenticità si ricorda nel 1083 la donazione di Umfredo, conte di Montescaglioso, «del locum quae vocaturar Avena ubiolim erat casale ad habitationem hominum”,  e la chiesa di San Giovanni dell'Avinella sulla via “que venit de Appio”, all'abate di San Michele Arcangelo a Montescaglioso. Un altro documento controverso è aattestazione di re Ruggero del 1133 o 1135 confermante la donazione della chiesa di San Michele Arcangelo di Avena con il casale (borgo), il monastero della Trinità a Monte Finesio e la chiesa di Sant’Angelo al Barco(Varco), con tutte le loro pertinenze, a Gaudio l'abate di Santa Maria del Casale a Pisticci.

IL Il feudo di San Michele Arcangelo di Avena rimase in possesso dell'abbazia di Pisticci fino al 1451, quando il monastero benedettino fu soppresso con bolla papale e i suoi beni annessi alla Certosa di San Lorenzo a Padula. Una sana gestione da parte della Certosa ripristinò in larga misura la prosperità economica della proprietà, come dimostra la mappa creata nel 1678 da Angelo Grammatico come catalogo dettagliato dei possedimenti della Certosa.Il feudo di San Michele Arcangelo di Avena è indicato sulla mappa con il nome di Sant'Angelo di Bernalda o Santa Maria dell'Incoronata e dell'Avinella. La proprietà di S. Angelo a Bernalda è descritta come una tenuta molto vasta con sei cippi di confine con l'emblema della Certosa a segnalarne la proprietà.La descrizione dettagliata e precisa non è accompagnata da una posizione rilevante sulla mappa, che indica solo la chiesa e la fontana, mentre la difesa (una proprietà racchiusa da un muro o altrimenti fisicamente delimitata) è attraversata da ovest a est “…dal Tratturo publico, che va a Torre di mare, et in altri luoghi.”.

SANTANGELOmedioevale 1678 mappaLa mappa contiene una breve descrizione della chiesa, localizzandola nei pressi del tratturo, affiancata da una casa adibita ad alloggio per i monaci, alloggi peri custodi degli animali e fabbriche (edifici) adibite al ricovero del bestiame. Le fonti documentarie indicano che l'insediamento di Sant'Angelo faceva parte della rete di proprietà benedettine sparse nel Metapontino appartenenti ai monasteri di San Michele Arcangelo a Montescaglioso e di Santa Maria del Casale a Pisticci. Questa rete comprendeva anche S.Maria del Corno (Incoronata), S. Biagio, S. Giovanni dell'Avinella, S. Salvatore, S. Maria del Vetrano e S. Basilio.  Tra questi  insediamenti rurali, vi era il sito di Torre di Mare (Civitas Sanctae Trinitatis) , importante sito fortificato per lungo tempo, dall'XI alXVII secolo. 

Sant'Angelo Vecchio è un  punto focale nel territorio, è  uan importanza stazione  dall'importante strada che collegavala costa all'entroterra.

La strada era fiancheggiata da casali, tra cui quello di Sant'Angelo Vecchio, per i quali Torre di Mare fungeva da punto di arrivo e partenzadi merci, persone e idee.

I casali medievali si trovano ubicati tutti su siti precedentemente occupati da strutture greche e romane.

La continua occupazione di questi luoghi nel tempo è dovuta alla loro posizione particolarmente favorevole lungo le principali vie di comunicazionee alla loro geomorfologia.

I casali si trovano su terrazzi e crinali adatti alle attività agro-pastoralie, soprattutto, al riparo dai rischi della malaria,che infestava le zone pianeggianti delle valli del Bradano e del Basento a causa della presenza di acque stagnanti.

 Molti di questi insediamenti furono scarsamente abitati,abbandonati o distrutti tra la fine del XIV e il XV secolo.

Nel XVI secolo, sotto la dominazione spagnola, il territorio fu sottoposto a un nuovo processo di feudalizzazione agraria, la masseria, i  latifondi e i loro metodi produttivi, furono riorganizzati, incorporando vasti appezzamenti di terreno in parte lasciati incolti e destinati ad attività pastorali.

Le aziende agricola(masserie) erano autonome e si estendevano su grosse superfici, si dedicavano all'agricoltura e alla pastorizia.Le masseria consistevano generalmente in un complesso di edifici rurali con diverse destinazioni d'uso, tra cuil'alloggio e depositi per  attività produttive, che formavano un'unica unità operativa.

Le masserie, nella sua forma più elementare, richiamano le case coloniche sparse nella chora della colonia greca.

La successiva evoluzione delle masserie in età imperiale ,erano sostituite da grandi estensioni di terreno che caratterizzano le entità rurali amministrative e fondiarie delle massae o delle villae rusticae.

Tra la tarda antichità e l'alto medioevo, le villae,insieme agli agglomerati rurali noti come pagi e vici, costituirono la spina dorsale della residenza edella produzione nel paesaggio rurale. Furono sostituite durante il Medioevo da nuovi nuclei abitativi, i castra e casali, con funzioni agricole, ma anche difensive e religiose. Molti casali fungevano da nucleo attorno al quale si svilupparono successivamente le masserie.

SANTANGELOmedioevale 1979 bNel periodo post-medievale, le masserie furono accorpate a strutture e appezzamenti di terreno preesistenti, creando un sistema agricolo che continuò fino al XIX secolo. Negli ultimi anni, un'ampia mole di dati archeologici generati da ricerche e studi condotti in Basilicata e Puglia ha rafforzato questa comprensione della trasformazione del paesaggio antico, proposta dagli studiosi diversi decenni prima.  Tra gli studi più importanti ci sono quelli condotti nel Salento e nella Basilicata orientale.

Per quanto riguarda il Metapontino (incluso Sant'Angelo Vecchio),grazie alle evidenze archeologiche e architettoniche, la  fase medievale è documentata dalle masserie abitate ininterrottamente, quali San Salvatore, Pantanello,Torre di Mare e San Basilio.

Il declino delle due abbazie di Montescaglioso e Pisticci durante il XVIII secolo,  portò all'abbandono dei loro possedimenti rurali, che furono affittati o dati in affitto a tempo indeterminato.

Il paesaggio del metapontino iniziò a cambiare, i primi cambiamenti documentati si verificarono all'inizio del XIX secolo, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi e del sistema feudale sotto Murat.

I grandi possedimenti ecclesiastici e feudali ,frazionati e suddivisi, furono sostituiti dai villaggi-masserie e dai relativi possedimenti. Iniziò così un nuovo regime agricolo basato sull'aumento dell'estensione dei campi destinati a seminativi e colture arboree grazie ad un imponente deforestazione su larga scala e l'inizio del prosciugamento della tante paludi che si erano formate.

Tale situazione perdurò per decenni, fino a quando iniziarono le grandi opere di bonifica della riforma agraria del XX secoloche determinarono un miglioramento delle condizioni socio economiche e geografiche del metapontino. Furono smembrate sia le grandi proprietà terriere che il modello produttivo unitario delle masserie.

Lanuova situazione economica e i metodi di produzione fortemente meccanizzat iintrodotti nell'ambito della riforma crearono le condizioni per diverse tipologie di insediamento che sostituirono la masseria nelle campagne come le vediamo oggi."

 

PS: Ci scusiamo della traduzione non proprio in italiano corretto realizzata dalla AI.

Bernalda e le vie dell'acqua(terza edizione)

  Sul tema dell'acqua questo sito ha già divulgato altri articoli,ma la ricerca continua ed è piena di aneddoti che vengono pubblicati via via che vengono scoperti e meritano di essere resi noti ,per preservarli per le generazioni successive.Le notizie e le curosità sul tema acqua sono davvero tante.Sono molto spesso rinchiuse nella testa dei nostri anziani, vere enciclopedie di  saperi e ricordi. 

 Intervistarli , oltre che  a gratificarli, si rende un grande servizio alla collettività.

Il 21 dicembre insieme ai Bernalda Runner con piacere ho accompagnato un gruppo di volenterosi in una escursione speciale, da Bernalda al bosco Bufalara passando per Fontana Nuova. Una bella scarpinata di due ore con diversi saliscendi stfontana nuovaerrati,ma soprattutto un bella passeggiata attravereso luoghi storici del nostro territorio, Bosco Bufalara con la sua straordinaria vegetazione e le sue  storia di briganti .

A proposito di acqua non poteva mancare il riferimento alla storica fontana bernaldase, Fontana Nuova . Un manufatto in mattoni e marmi che si trova a nord del centro urbano, nei pressi del fosso Lama. Una struttura in un cattivo  stato di conservazione che necessita di interventi urgenti di ristrutturazione.

La storia di Fontana Nuova è tutta di ricercare, si spera che queste iniziative possono stimolare la curiosità dei tanti appassionati di storia locale che in questi anni stanno dando un grande contributo alla ricerca storica.

Cea B&M e Bernalda Runner's hanno tanti obiettivi comuni, tra cui quelli di promuovere stili di vita sostenibili attraverso passaggiate nel nostro territorio,alla scoperta delle nostre preminieze culturali. Scoprire il territorio passeggiando PER ...AVERE NUOVI OCCHI.

Dalla passeggiata verso Fontana Nuova,  i partecipanti hanno fatto un'univoca considerazione, ossia la grande fatica che facevano gli "acquaioli" per portare l'acqua in paese. La pendenza del sentiero che da Bernalda porta a Fontana Nuova, è veramente di quelle impossibili. Sono solo 500 metri ,ma con una pendenza media anche del 40%. Una pendenza che poteva essere affrontata con asini o muli. 

Secondo  i racconti degli anziani ,ancora in vita ,che hanno vissuto il periodo tra gli anni 30 e 50,gli "acquaioli" erano persone che vendevano l'acqua alla popolazione,i contenitori erano i barili trasportati da asini o muli. Le sorgenti più importanti dove i bernaldesi attingevano l'acqua erano :la sorgente di Terrone, Fontana nuova e di fosso di Via delle Fontane(nome emblematico).

L'acqua veniva venduta ai richiedenti, un vero servizio a domicilio,le fontane dell'acqua pubblica ancora non c'erano,l'acquedotto dell'Agri fu costruito nel secondo periodo del ventennio fascista, e quindi ogni acquaiolo aveva la sua zona.  I nomi degli acquaioli che alla data odierna sappiamo sono: Michele Castronuovo che serviva il centro storico e la Carrera , nel resto del paese ,i nomi di cui si ha notizia, sono Michele Panio  e  Tubbino (o forse Tobia?)Zaza. Sicuramente ci saranno stati altri,l'elenco sarà aggiornato quando ne avremo notizie.

Il servizio degli acquaioli è continuato anche successivamente alla installazione delle fontane pubbliche, in quanto le famiglie che potevano permetterselo,  si rifiutavano di andare nella bolgia delle  fontane,dove le liti ,per i salti di turno, erano all'ordine del giorno. In merito alle liti un proverbio bernaldese sintetizza il fenomeno:" L' cioccer s' scerr'n e l'varril s' spascj'n", che tradotto significa, gli asini litigano e i barili si rompono. Un proverbio che la dice lunga  sulle diatribe che avvenivano alle sorgenti e alle fontane pubbliche. I recipienti per il trasporto della'acqua erano i secchi in ferro zincato(pesanti anche vuoti) oppure i pù capienti barili in legno di rovere, (fatti dalla mani sapienti del bottaio Vincenzo Madio) trasportati sulla testa delle donne , oppure al fianco dei basti degli animali degli acquaioli, oppure su  carri trainati da animali (traìni), su cui i barili erano allineati sul cassone.

Seguono una serie di foto storiche nel merito.

fotoacquaiolo fotobarili1947 fontana1947barturco filafontana
follafontana fontana fontanina sanrocco storica fontana

 

 Le fonti delle informazioni sopra citate, provengono in parte dalla miei ricordi di bambino vissuto nel quartiere Carrera,ma soprattutto dai racconti di mio suocero Gildo Gallitelli, mente ancora lucida, che ha vissuto in prima persona il periodo che va dagli anni 30 a seguire. Le foto  pubblicate provengono tutte dal gruppo FB C'è una volta a Bernalda. Chi fosse in possesso di altre notizie, foto e documenti sul tema, sarà un piacere pubblicarle. 

barilimadio

 

Bernalda 1832, un infanticidio diventa un caso giudiziario

metaponto 1Siamo nell’anno 1832, una madre bernaldese, stretta dall’indigenza, volle portare il proprio figlio alla casa degli esposti che si trovava a Pisticci. Al calar del sole parte a piedi con il bambino in braccio verso Pisticci, in prossimità di Torre Accio dove di solito era possibile  il guado del fiume,ma quel pomeriggio il fiume  Basento era in piena e non potè attraversarlo e quindi , impossibilitata a raggiungere Pisticci,la donna abbandonò il neonato su di un cespuglio nell’alveo del fiume, fatto di tamerici e salsuggine e risalì a Bernalda.

Il mattino seguente , di prima ora, la donna ritornò sul posto e trovò il bambino infreddolito che piangeva, ma ancora vivo. La donna con l’aiuto dei passanti, riuscì a guadare il fiume e si diresse finalmente verso Pisticci, ma dopo un’ora di cammino la donna si accorse che il bimbo non dava segni di vita e lo abbandonò sul bordo della strada, nei pressi di una fontana, certa che la pietà delle donne che venivano alla fontana l’avrebbero raccolto. La donna fu arrestata e i medici verificarono che la causa della morte fosse il digiuno, ma si aprì un caso giudiziario controverso.

Un fatto del genere oggi avrebbe riempito non so quanti programmi tv nei vari talk show, ma…siamo nel 1832 a Bernalda

Un caso di miseria,emblematico che ci ricorda le condizioni in cui versava la nostra terra quasi due secoli fa.

 Si riportando integralmente le conclusioni della causa contro Domenica M. del 17 agosto 1832. XXXIII Della esposizione de’ fanciulli .Art.404 ll.pen.

SIGNORI , se la corte suprema non potesse guardare che le sole contravvenzioni alla legge vietate a pena di nullità fra troppo brevi confini languirebbe ristretta la sua giurisdizione. Ella sovra-sta a tutti i corpi giudiziarii per mantenere l'esatta osservanza di tutte le leggi, e per richiamare alla loro esecuzione chiunque se ne allontana  . Ove le violazioni menino a nullità, egli è giusto che la corte suprema annulli ove non sieno di questo numero,è dritto ch'ella non le lasci inosservate: e spesso più coll'osservare, che coll'annullare, giunge al nobile scopo della sua istituzione. Di questo genere è il giudizio che in questa causa dà la granorte della causa fisica della mortedel bambino, della di cui esposizione trattiamo. Untal giudizio non può essere da voi annullato, perchèè un giudizio di fatto . L'error logico non mena a nullità, come non mena a nullità il difetto di di-ligenza onde evitarlo. Ma dobbiamo per ciò lasciarlo inosservato?

Il corpo del delitto è qui un fanciullo di pochi giorni, morto d'inedia. Ma nè l'instruttore, né il procurator generale, nè il difensore dell' accusata,nè la grancorte, niuno osservò che i periti impie-gati nell'autopsia di quel picciol cadavere, non indicarono altro fatto da cui si derivasse il loro giudizio, fuor che quello dello stomaco perfettamente digiuno. Ed in vero il digiuno può esser causa della morte, ma quando è estremo; e per dirlo estremo,conviene che si scenda ad altre esaminazioni, che qei periti non fecero. Gli scrittori di medicina legale, e fra gli altri il nostro ch. professor PASQUALONI che va fra le mani di tutti, ci son garanti che quando il prolungamento del digiuno diventa fatale fino a questo punto, manifesta i suoi tristi effetti nella pallidezza della cute,nell' aridità degl' intestini, nella siccità di tutta la macchina, e nella lingua e nel gozzo che appariscono come brugiati. A nulla di ciò posero mente i periti, nè i magistrati, nè il difensore. Tutti tennero quella perizia come un fatto da non mettersi in controversia. Nel che io trovo principalmente a riprendere il difensore, la di cui sagacità doveva essere tanto più sollecita e meno taciturna, quanto più povera ed ignorante era la misera alla sua religione ed al suo ingegno affidata. Una revisione di perizia, o almeno la dimostrazione per mezzo d'altri periti della vanità della prima perizia, l'avrebbe salvata. Da un ingenere così imperfetto, e con sipoca avvedutezza lasciato passare, non è maravigliache ne sia seguita una dichiarazione di reità ancorpiù negligente. L'art. 375 ll. pen. punisce di prigionia chiunque per disaccortezza, imprudenza, 

disattenzione o negligenza, sia involontariamente cagionedella morte di un uomo. L'art. 404 è un'eccezione a questa regola generale, nel caso dell' abbandonoo della esposizione d'un fanciullo. 

S'ei muore pereffetto di questa esposizione o abbandono non vi ècertamente in chi l'espone il fine diretto di farlo perire. Ei dunque morrebbe per l'imprudenza, per lafretta, per la negligenza di colui cui era affidato.

Con tutto ciò, sollecita la legge della vita d'una creatura innocente, che non ha altro scampo che la pietà e la cura di costui, ne aggrava la pena fino alquarto grado di ferri, da non applicarsi mai al mi-nimo del grado. La grancorte criminale ha creduto che questa donna fosse nel caso della eccezione, e non già della regola. Le ha dunque applicato l'arti-colo 404. Vediamo con quanta ragione.

 La grancorte ritiene in fatto che la madredi quel bambino, stretta dalla indigenza, commisea costei di recarlo da Bernalda sua patria a Pisticci,ove esiste una casa di beneficenza per gli esposti; che al declinar del giorno partita costei con quel pegnoinfelice, trovò si gonfio il fiume il quale divide i dueterritorii, che non potette guadarlo; che astretta a tor-mare in dietro, adagiò l'infante sull'erba sotto un ta-marisco, o tamarigia , pianta fruticosa che in queiluoghi i volgari nominan salsuggine; che vi tornò dibuon mattino nel dì seguente, e lo trovò vivo.- Questo è il primo fatto. L'esposizione del fanciullo fin quinon ne produsse la morte.- Viene il secondo fatto. Col fanciullo ancorvivo fra le braccia, la donna valica il fiume con l'a-iuto di qualche passatore; ma dopo un'ora di cammino, presso quasi a Pisticci, parve a lei ch'eirendesse l'estremo sospiro. Giudicatolo morto, lo posead uno de' lati della strada, certa che la pietà delledonne che venivano dalla fontana, lo avrebbe raccolto.

 Ecco due volte abbandonato il fanciullo; laprima volta ancor vivo sotto quel frutice, la seconda sulla strada, nè so in quest'ultima, se veramente morto o mal vivo: perciocchè quei periti, sì solleciti ad aprire co' lor ferri quel corpicciuolo, che pur vede-vano senza alcuna esterna lesione, niun esperimentopria fecero per riconoscere se il suo stato era pruttosto d'una cessazione di funzioni vitali, facili in questi casi a redintegrarsi, o della estinzion totale diesse tanto la povertà rende poco attiva l'opera findi coloro che professano le arti della salute e dellaconservazione della vita dell' uomo!

Intanto dal primo fatto della sera non era avvenuta la morte quella pianta fluviale, co'suoi rami alternamente diffusi, e foltissimi di foglie, difese dalgelo notturno quel caro deposito, assai più che ladonna non pensò di fare. Vivo la mattina fu rinvenutoil bambino; e se colei gli avesse procurato un alimento, non sarebbe perito: egli spirò fra le sue bracciadopo aver valicato il fiume; per lo che ella deposein terra, secondo ch'ella stessa credette, e secondo checrede la grancorte, un fanciullo già morto. Ciò adunque non rivela altro che la inescusabile balordaggine di lei, la quale neppur fece pruova di rianimarne col suo fiato il già mancato respiro; chè nullaella dice aver fatto per adempiere all' obbligo didargli un alimento; degna perciò che tutta in lei siesaurisca la pena dell'art. 375. Voluntatis est suscipere mandatum necessitatis est consummare  .  

Ma che? La giusta indegnazione ch'ella desta con tanta trascuraggine, può farci correre ad approvare una pena che le sarebbe convenuta se unafiera in quella notte avesse dilacerate quelle membrainnocenti? La provvidenza, direbbe PLATONE non permise ciò, sebbene impediti poi non avesse più naturali accidenti, e no'l permise appunto per proteggerla donna, affinchè non soffrisse una pena che sarebbeandata al di là del suo vero reato. Ella non cercòne' vicini abituri un qualche nudrimento al fanciullo: ecco la sua colpa; perchè solamente questolungo digiuno, secondo che si convince la grancorte, produsse la morte. Pel fatto poi della mattinala deposizione sulla strada di un morto fanciullo, nonè lo stesso che la deposizione fattavi d'un fanciullovivo, sì ch'egli abbandonato per sempre, ne muoia.10. L'art. 404 è così conceputo: se in con-seguenza dell' abbandono o esposizione il fanciul-lo rimanga morto, ferito, contuso, storpiato o mu-tilato, il colpevole, secondo i casi, sarà considerato e punito come reo volontario di questi reati: le pene non saranno applicate nel minimo delgrado. Perchè dunque questa donna possa essere considerata e punita qual rea volontaria di omicidio, a-vrebbe dovuto definirsi ch'ella ebbe intenzione di ab-bandonare il fanciullo, e che questo morì in conse-guenza dell' abandono. Ma ella fu sì lontana dal pro-posito di abbandonarlo, che al primo spuntar dell'aurora si affrettò a raccoglierlo di nuovo per adempiere la sua commessione. Nella sua picciola mente nonsi era affacciata miglior via di salvarlo, che quellach'ella tenne tenne. Nè questa il perdette; chè iperiti non parlano che di digiuno ; e o ch' ei fossestato tenuto fra le braccia per tutta la notte,o chefosse rimasto sotto quel frutice, sarebbe stato indif-ferente: vi occorreva bensì qualche alirimento perprolungarne l'esistenza. Il fatto dunque ricade evi-dentemente nella sanzione dell'art. 375, non dell' articolo 404."'  Perciò dimando l'annullamento della decisione .

E così fu..

Cosimo Sampietro, pittore bernaldese acquisito

Nella mission della nostra associazione troviamo all'art.2 punto G:"Attività volte alla ricerca, recupero, divulgazione,valorizzazione del patrimonio culturale,delle tradizioni ....". Non poteva mancare sul nostro sito una pagina sul pittore Cosimo Damiano Sampietro, riservandoci di realizzare in futuro ancora altre iniziative sullo straordinario artista.

Per la presentazione dell'artista vi inviatiamo a visitare il blog di Katya Madio di cui il seguente link. 

Dall'archivio di stato ricaviamo che : Cosimo Damiano Sampietro nasce a Roccaforzata (Ta) nel 1856 e morì a Bernalda nel 1949. Nel 1880 conobbe e convogliò a giuste nozze con   la bernaldese Margarita Annunziata, figlia di Giocondo Margarita e Teresa Denittis . Dalla loro unione vennero alla luce 8 figli, Grazia Giuseppina(1883), Teresa(1884),Adelaide maritata Brizio (1886), Lucia maritata Raho(1889), Giuseppe (1890), Maria Addolorata(1893), Maria Addolorata(1895) , Giocondo (1897).

L'artista ha un lunghissimo periodo di attività,sia nel campo delle pittura che nel camp della fotografia, in tante case di Bernaldesi sono presenti le sue opere e soprattutto in tante chiese della Basilicata, Calabria e Puglia. 

La presenta pagina è in costruzione, abbiamo in corso interventi di ricerca di materiale al fine di allestire iniziative finalizzate "alla divulgazione,valorizzazione del patrimonio culturale". Pagina in costruzione

         

nelle immagini solo alcune delle tantissime opere di Cosimo Sampietro, tra cui per cono del Cav. Vena anche la pacchiana sull'etichetta dell'Amaro Lucano

 

da Bernalda.nnet

Trascorse la prima infanzia a Lecce ed ereditò dal padre l'arte del disegno. Autodidatta, visse nell'età giovanile del suo lavoro, dipingendo ritratti e Madonne. Verso il 1880, fu chiamato per decorare alcune stanze del "Palazzo Guida" a Bernalda dove poi si sposò e si stabilì definitivamente. Continuò a dipingere ad olio su commissione. Realizzò tele enormi per le chiese di Bernalda e d'altre città del Sud. I soggetti religiosi mostravano una qualità estetica in sintonia con la spontaneità creativa della scuola di Fontainebleau.
A Bernalda sono di notevole effetto, nella chiesa del Convento, le grandissime tele ad olio "La discesa dello Spirito Santo" e "Le anime del Purgatorio".
Ottimo ritrattista e paesaggista, Cosimo Sampietro arricchì le pareti di molte case ed ancora oggi in abitazioni private si possono ammirare paesaggi, volti sereni e tristi e Madonne.