Casale San Marco

Casale fortificato eretto su un'altura prossima al Bradano, nel territorio di Bernalda, visibile dalla SP 175. Il complesso masserizio nel 1093, fu donato da Unfredo d’Altavilla, signore del feudo, all’Abbazia di Santa Maria di Banzi. Successivamente, però, passò in diverse mani. Dopo la soppressione di questo monastero avvenuta nella prima metà del secolo XV, l'insediamento è attestato in possesso dell'Abbazia di Montescaglioso che ne fu proprietaria per pochi decenni. Nella seconda metà del secolo XV, anche questo casale fu alienato dall'Abate Commendatario Baldassare del Balzo, a favore del fratello Francesco, Conte di Montescaglioso. Il feudo resterà in possesso della casa marchesale e di tutti i feudatari che deterranno Montescaglioso fino alla metà del secolo XIX. Il palazzo tuttora esistente a S. Marco, fu costruito dai Marchesi Grillo-Cattaneo nel secolo XVII ed ingloba alcune strutture appartenenti all'insediamento medievale. Il Casale nel 1735 ospitò per una notte il Re Carlo III di Borbone prima di raggiungere il castello di Bernalda.(Fonte www.montescaglioso.net).
La masseria San Marco faceva parte delle tenute Imperatore, Mezzana soprana, Mezzana sottana, Appio, San Vito e molte altre. Della tenuta San Marco furono proprietari i Caracciolo di Napoli, i feudatari di Montescaglioso Grillo e Cattaneo, per giungere proprio prima dell’alienazione, al principe Girolamo Ruffo di Bagnara, alla duchessa Caracciolo di Forino, Rosa Ruffo di Bagnara e ai marchesi Ugo, Mario ed Elena Avati, quali  eredi del ricco patrimonio (all’epoca indiviso) della principessa di Spinoso, Elena Filomarino.

DSC 0041 (Copia)A seguito della divisone successiva tra i comproprietari la parte intestata ai fratelli Avati fu alienata alla famiglie Durante e Panetta per Lire 800.000. Il resto, di proprietà dei Ruffo Caracciolo, di circa 1.000 tomoli, fu venduta ai  cugini Pietro e Vincenzo Quinto per Lire 1.200.000. Negli anni 1925-26, i cugini Quinto di Pisticci, latifondisti della fascia jonica, con un colpo di mano dovuto a scaltrezza, a anche a quel pizzico di fortuna che è indispensabile per la buona riuscita delle cose acquistarono la masseria San Marco, soffiandola ai ricchi parenti Panetta, i quali mal sopportarono questo sgarbo nei loro riguardi in quanto erano proprietari delle vicine masserie di Serramarina e Pappariello e nonché affittuari, da molti anni assieme ai Durante, proprio della masseria San Marco.

La proprietà ha subito parecchi rimaneggiamenti. Nel nucleo centrale, però,  “vi è un edificio rurale a corte in cui il pianterreno, distribuito in numerosi ambienti, era utilizzato per alloggio dei dipendenti, depositi e stalle, mentre il primo piano era la residenza padronale o dell’amministratore”.

Il prestigioso acquisto della masseria San Marco fu salutato dai Quinto e, perciò,  ai numerosi figli con grande felicità e soddisfazione. Destino crudele, però, ha  voluto che i due cugini per poco tempo hanno potuto godere di questo prestigioso acquisto. Pietro Antonio morì nel 1927 e Vincenzo nel 1930. Lasciarono ai  loro figli il possesso di questa vasta proprietà. Dominio che, diviso fra tanti e con  relativi ampliamenti, è diventato una piccola contrada identificata ancora oggi come la ”terra dei Quinto” o meglio “la terra dei Qunto di San Marco”. 

Il casale San Marco oggi si raggiunge facilmente dalla SP175, è visibile percorrendo la suddetta strada.Il palazzo storico che ha ospitato il re Carlo III di Borbone, è incastrato su tre lati da manufatti, superfetazioni,fatiscenti ed in parte abitati.  E' integro il portale da cui vi si accede nel cortile di ingresso con lo stemma della famiglia che l'ha edificato (Caracciolo? Grillo-Cattaneo? Ruffo?). Il palazzo storico è pericolante,ma sono visibili al piano terra una serie di locali, presumibilmente prima stalle e poi ad inizio secolo cantine e locali stagionatura formaggi(ancora negli anni 50), con porte intecomunicanti ogivali e tetto a volta tutto in mattoni. Il primo piano, in parte pericolante,ha un balconata a mezzogiorno in pessimo stato di conservazione, un portico a levante e numerose stanze tutte intercomunicanti e con tetto a volta.

 stemma della famiglia Caracciolo(?) presente sul portale d'ingresso del casale San Marco

 

da Salvatore Bianco "I materiali provenienti dal Villaggio dell'eta' del Bronzo di S. Marco presso Metaponto (Matera)", AttiIIPP XX, Firenze, 1978, pp. 295-310

sanmarcoTra le campagne dorate della piana di Metaponto, dove il vento porta ancora il profumo dei campi e le colline si piegano lentamente verso il mare, si nasconde un villaggio che ha conosciuto mani antiche e fuochi domestici: San Marco. Qui, migliaia di anni fa, una comunità dell’età del Bronzo viveva, cucinava, modellava l’argilla e lasciava tracce di sé negli oggetti più umili. Gli scavi condotti sul sito da Salvatore Bianco,   hanno rivelato una stratigrafia complessa, come un libro scritto nella terra. Lo strato G, cuore pulsante dell’insediamento, ha restituito la maggior parte dei reperti ceramici, dalle tazze e ciotole troncoconiche dalle forme semplici, alle ciotole carenate con spalla marcata decorate da tacche o incisioni marginali, fino alle robuste anse ad ascia, simbolo distintivo del Bronzo medio meridionale. Più in superficie, gli strati F e I raccontano occupazioni successive, mentre il terreno misto e acciottolato dei livelli superiori svela interventi più recenti, forse di manutenzione o riuso agricolo.

Ogni frammento di ceramica, ogni lamella di selce, ogni osso bruciato restituisce un gesto di quella vita quotidiana: le mani che modellavano l’argilla, i fuochi che scaldavano le cucine, la cura dei materiali che parlava di un mondo connesso ad altre comunità della Basilicata e alla facies dei Lagazzi. Le tavole dell’articolo illustrano con precisione scientifica i profili dei vasi, le sezioni delle anse e i dettagli delle decorazioni, trasformando ogni disegno in una finestra sul passato e permettendo di leggere la cultura materiale come un vero linguaggio.

San Marco non appare più come un semplice luogo sulla mappa: diventa un villaggio vivo, popolato di gesti concreti e relazioni invisibili, un piccolo centro che dialogava con il resto del Sud Italia attraverso scambi culturali e continuità di pratiche quotidiane. Grazie alla documentazione di Bianco, possiamo immaginare quegli antichi abitanti, le loro mani nell’argilla e il calore dei focolari, e comprendere come anche un insediamento modesto possa illuminare la grande storia del Bronzo mediterraneo, restituendo vita e memoria a un frammento di umanità ormai lontano, ma sorprendentemente vicino a noi attraverso i reperti e le storie che custodiscono.