Pubblichiamo con piacere un lavoro di Nunzio DiBiase, già sindaco di Bernalda qualche anno fa.Un lavoro certosino, ricco di collegamenti bibliografici, frutto di una profonda passione per la nostra storia. Un ulteriore conributo alla scrittura della nostra storia, in un momento di un grande fermento culturale che sta interessando la comunità di Bernalda nell'ultimo decennio. I segnali di questo ritrovato interesse, o meglio fame di storia, lo si evince  da alcuni gruppi social a tema e dal numero sorprendente di visite di alcuni articoli, pubblicati su questo sito , da nostri volontari  e/o simpatizzanti Cea B&M. Solo per ricordare gli ultimi contributi, vorrei citare la pagina sul mito della  storia di Metaponto realizzata da Maria Pia Malvasi e l'articolo su Consalvo di Bernaudo , scritto dall'avv.Francesco Montemurro,che ha avuto  anche un seguito di grande successo nella rappresentazione teatrale realizzata nel Castello di Bernalda  dai ragazzi del Liceo Scientifico di Bernalda, durante le Giornate Fai di Primavera 2022. Nunzio di Biase, autore di questo articolo, ha dato anche un grande contributo, proprio agli studi condotti dall'avv. Montemurro sui De Bernaudo. Aggiornamento dell'10 agosto 2022

Prefazione

L’ARMA:  “d’azzurro al bue d’argento portante in bocca delle spighe d’oro, e sormontato da tre stelle dello stesso, ordinate in fascia. Queste ultime però han preso il posto di un sole anche di oro, ch’era l’arma dei Bernauda1.

In realtà, originariamente, l’arma (lo stemma) presentava, al posto delle stelle e del sole, e prima di questi, un giglio, retaggio evidente del periodo angioino e di più antichi feudatari, mentre il bue (in realtà un toro o un vitello) sormontava tre monti; ciò è possibile, ancor oggi, osservare, scolpito in pietra, sopra una lapide del XVI sec. posta sotto l’antica torretta dell’orologio situata nell’attuale Corso Italia, nei pressi della, non più esistente, cappella dedicata alla Madonna delle Grazie e prospiciente la, parimenti scomparsa, piazza pubblica.

Camarda, quindi, almeno da circa il XIII secolo, (probabilmente) già si fregiava di un proprio emblema civico (arma, stemma), vedremo in appresso da chi, verosimilmente, mutuato.

Il particolare appare importante, potendo significare esplicito richiamo ad una qualche forma di presenza istituzionale nel periodo storico segnato dalla dinastia d’oltralpe, insediatasi nel

1C. G. Gattini: Delle armi de’ Comuni della Provincia di Basilicata.

Regno di Napoli con Carlo I d’Angiò, e lasciando, pertanto, spazio all’ipotesi2 che Camarda, già nel corso dei secoli dall’XI-XIV, fosse civicamente organizzata: la presenza, infatti, di un emblema civico sembra logico potersi raccordare con la presenza di una civica istituzione.

Per essere più chiari: nell’arma (stemma), col tempo, si sono distinte le seguenti pezze araldiche:

  • il bue (il toro) d’argento, la pezza originale, la più antica ed invariata nel tempo, che è il vero emblema civico, sormontato, sormontante e/o affiancato alle altre pezze di diverso significato;
  • le spighe d’oro (cioè di colore giallo), ad indicare che Camarda, poi Bernalda, insisteva nel territorio dell’antica Metaponto;
  • un giglio (memoria probabile del periodo angioino, se non addirittura del precedente periodo normanno-svevo);
  • i tre monti, ai piedi del bue d’argento, a significare che il territorio di Camarda comprendeva altri feudi (Avena, Avinella ed Appio/Accio). Questa pezza deve essere stata aggiunta verso il 1470, quando a Camarda, su iniziativa di Pirro del Balzo, furono certamente convogliate, oltre, come noto, a famiglie di schiavoni (albanesi) le famiglie provenienti dai centri (feudi) predetti;
  • il sole d’oro (di colore giallo o rosso) della casata dei de Bernaudo (o de Bernardo), dai quali anche lo ‘sfondo’ d’azzurro. Il sole sormonta il bue, prendendo il posto (1497) del giglio, a significare l’avvenuto succedersi della casata feudale de Bernaudo a quelle precedenti;
  • le tre stelle dello stesso colore (gialle): di epoca più recente, sostituiscono i simboli delle scomparse case feudali, mantenendo forse anche il ricordo ed il significato dei tre monti3;

L’arma è, dunque, un’arma “parlante”. Ognuno dei predetti simboli araldici, come abbiamo visto, è portatore di un particolare e ben definito significato, così che le spighe stanno a significare il richiamo ad una tradizione metapontina ossia perpetuano il ricordo dell’appartenenza del territorio a quello dell’antica Metaponto; i tre monti indicano invece la giurisdizione su più territori ovvero feudi; il sole ed il giglio, a loro volta, campeggiavano in capo all’arma4, rispettivamente, al tempo in cui signoreggiavano su Camarda i de Bernardo e le casate baronali dei periodi precedenti (Beaumont, Monfort, ecc...).

Per quanto riguarda, il Toro (più probabile) o, forse, il Vitello: esso è l’autentico, originale emblema civico (dubito, in verità, che le spighe possano essere frutto di qualche erudita velleità rinascimentale o seicentesca, ma non può dirsi con certezza) e con buona probabilità è stato mutuato, così come per Matera e Tricarico, da quello delle truppe e Autorità bizantine quivi certamente acquartierate nella seconda metà del X secolo, al tempo cioè del Tema d’Italia, il cui confine correva, nell’attuale provincia di Matera, grossomodo, lungo le zone comprese tra il Bradano e il Basento, ed il cui emblema era appunto il Bue o Vitello di razza podolica (da qui il colore bianco-argento), da cui nell’antichità la penisola italiana ebbe nome5.

2 Non vi sono infatti altri riscontri.

3 Più probabilmente, le tre stelle sono state mutuate dall’emblema araldico di una delle numerose casate che per compravendita e/o matrimoni si sono succedute nel feudo (Penchi, Fimiani, Gamboa, Mazzei, Perez-Navarrete, Caracciolo Rossi). Tuttavia, non mi è stato possibile individuare con esattezza da quale casata.

4 O la affiancavano.

5 (Italia: da ‘It’ (vitello) + suffisso ‘lia’ (terra), terra di vitelli (secondo molti antichi Autori); i Bizantini erano assolutamente attenti a tutte le tradizioni classiche e, in particolare, a quelle romane; essi stessi si definivano ‘Romani’).

Più che curiosa, poi, appare come un dettaglio degno di approfondimento la sostanziale identità, già in antico, tra gli stemmi di Matera e Bernalda. In proposito, si propongono, scusandomi per la scarsa qualità delle immagini, le foto di detti stemmi scattate per Matera nel cortile interno dell’attuale Prefettura (Già convento dei frati predicatori di San Domenico - XIII sec.) e per Bernalda sulla torretta dell’orologio in corrispondenza di quella che un tempo era la chiesa di Santa Maria delle Grazie (XVI sec.) nell’attuale corso Italia:

In definitiva, appare evidente, credo anche al lettore, che ciò che con lo stemma comunale, a torto o a ragione, si vuole tramandare è la tradizione di una comunità camardese, che, almeno a partire dalla seconda metà del XIII secolo, se non da prima, come precedentemente detto, a differenza di quanto avveniva per i feudi rustici, manteneva un proprio emblema civico, distinto da quello del feudatario, del quale peraltro di volta in volta si fregiava. Pertanto, si può supporre, che la medievale Camarda non poteva non avere, corrispondentemente, una propria embrionale organizzazione civica, retta da propri rappresentanti, secondo le leggi e/o le consuetudini del tempo.

Una tale supposizione, però, incontra un oggettivo ostacolo nella qualificazione, nei documenti medievali, del nucleo abitativo di Camarda come ‘casale’.

Infatti, benché in modo deduttivo e non esaustivo in ragione delle diversità culturali e giuridiche vigenti nelle varie regioni dell’Italia altomedievale, secondo l’opinione di molti tra i più citati studiosi il ‘casale’, in realtà, non aveva capacità di autogoverno.

Ad es.:

Il Du Cange indica due significati diversi, ma assai legati tra loro, per il termine «casale»: a) casa rurale isolata con terreni annessi; b) aggregato di case posto al di fuori o lontano da un centro, che non ha capacità di autogovernarsi attraverso proprie istituzioni, e perciò dipendente da quest’ultimo, come una sua emanazione, a scopo di colonizzazione agraria6.

Per Giandomenico Serra, ‘Casalis’ è voce staccatasi dalla formula originaria ‘fundus casalis’ che esprime l’unità stabilita in età tardo-romana tra il ‘fundus’ e il nucleo delle ‘casae’ abitate da servi o coloni che ivi lavorano. Secondo questa tesi, l’unità del gruppo gentilizio si concretizzò cosi nella forte coesione di un aggregato di edifici rustici, abitato da gruppi familiari dello stesso ceppo (o di consortes) uniti sotto l’autorità di un capo e aventi come scopo comune lo sfruttamento di un proprio territorio rurale7.

6 Charles du Fresne, sieur DU CANGE, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Parigi 1840-50, 7 voll., II, p. 212.

7 G. Serra, Contributo toponomastico alla teoria della continuità nel Medioevo delle comunità rurali romane e preromane dell’Italia superiore, Cluj 1931, p. 61 ss.; vedi anche A. Castagneto, L’organizzazione del territorio rurale nel Medioevo, Bologna 1982.

Il «casale», come invece ricordato da Vito Fumagalli era abitato, in origine, da uomini liberi. Pertanto, la conquista di nuove terre all’agricoltura è da ricondursi a persone sciolte da qualunque vincolo di soggezione signorile, o non ancora cadute nella rete dei grossi proprietari, se non a partire dal secolo IX8.

In proposito, si tenga conto che il casale di Camarda, nella contea di Montescaglioso, nelle citazioni documentali viene indicato, appunto come ‘casale’, alla stregua, né più né meno, degli altri casali (ad es.: 1309 – 5 janvier. Ordonnance de Charles II d’Angjou accordant à Bertrand de Baux III de Berre en sus des pensions à lui données récompense de ses services et de ceux de ses ancétres, le comté de Montescaglioso dans la Basilicate, comprenant Montecaveoso, Pomarico, Uggiano, Camarda, Craco et Montepeloso qui avaient appartenus à son fils Pierre, auquel il donna d’autres terres en èchange. Cette donation en fief du Comté comprend tous les droits, revenus, Juridictions e dépendances; … omissis … Donné à Naples - Reg. ang. 185, f° 205. – G. arch. de Naples.) 9

Se ne può concludere, per quanto mi riguarda, che non è da porsi, per il casale di Camarda, il problema, successivamente sorto ed usato nell’arcinota e plurisecolare causa intervenuta tra Montescaglioso e Bernalda, relativo allo ‘jus filiationis’ di quest’ultima, se non a fronte di una rivisitazione critica dei documenti originali esibiti in giudizio dalle parti.

Dirimente, in verità, su quest’ultima vicenda, ma anche sulla qui presunta ‘civicità’ di Camarda, è l’esame della natura giuridica del Feudo:

 

DELLA NATURA GIURIDICA DEL FEUDO DI CAMARDA, FEUDO TITOLATO/NOBILE O RUSTICO/IGNOBILIS?

“I feudi venivano distinti in titolati o di dignità e in non titolati. Nei titolati si riteneva che il titolo fosse loro inerente, e quindi passasse col possesso. I non titolati si chiamavano anche ignobili o burgensi.

Il feudo titolato, anche se fosse passato ad un uomo rustico, rimaneva nobile, e viceversa il feudo rustico rimaneva tale anche se fosse passato ad un nobile. Inoltre un uomo rustico se avesse comprato un feudo nobile non diventava nobile, essendo opinione comune che generositas et virtus pecuniis comparari non possunt. Se invece un nobile non titolato acquistava un feudo titolato, poteva prenderne il titolo”.10

Ciò premesso, e contrariamente a quanto asserito dal P. Serafino Tansi nella sua Historia Cronologica dell’Abbazia di S. Michele Arcangelo di Montescaglioso, è provato da più documenti che i feudatari di Camarda nell’XI e XII secolo si titolavano appunto “di Camarda”. E’ questo il caso, ad esempio, di Guaimario e di Riccardo (dei quali parleremo più avanti), i quali, nei documenti noti, se pur scarsi, sempre si titolano “di Camarda” e ciò non sarebbe stato possibile e giuridicamente

8 V. Fumagalli, Il regno italico, Torino 1986, p. 103: «Raramente...menzionato come podere alle dipendenze delle grandi aziende fondiarie, le ‘corti’, il ‘casale’, disseminato soprattutto nelle regioni più impervie e difficili della Penisola, testimonia lo sforzo contadino degli uomini liberi, piccoli e medi proprietari».

9 Inventaire Chronologique ed Analytique del Chartes de la Maison de Baux, L. Barthélemy, Marseille, 1882. Vedere anche, tra gli altri: P. Serafino Tansi: Historia Cronologica Monasterii S. Michaelis Archangeli Montis Caveosi; Notizie Storiche di Miglionico Precedute da un Sunto su’ Popoli dell’Antica Lucania, Teodoro Ricciardi, Napoli 1867; ecc.

10 Da: Diritto Nobiliare Italiano – Precedenti storico giuridici di Don Francesco Maria Mariano Duca d’Otranto, Conservatore de ‘Il Consiglio Araldico Italiano – Istituto Marchese Vittorio Spreti.

corretto se essi stessi non fossero stati nobili e soprattutto se Camarda non fosse stato un feudo titolato ovvero nobile.

Vero è che il Tansi, qualificando quale ‘ignobilis’ il ‘pagus’ di Camarda non intendeva assegnargli il significato spregiativo dell’aggettivo corrente ignobile, ma ne sottolineava la qualità giuridica, conveniente agli interessi dell’epoca dell’Abbazia di Montescaglioso, di mero feudo rustico.

SULL’ANTICHITA’ DI CAMARDA-PERIODO MAGNOGRECO 

Sull’antichità del casale di Camarda, precedentemente all’XI secolo d.C., si possono fare solamente ipotesi e congetture, mancando ad oggi qualsiasi fonte o prova documentale, salvo sporadici ritrovamenti nel tempo di qualche tomba e/o coccio del periodo magnogreco, riferibili più che altro alla presenza di una qualche fattoria o casa colonica.

Ad ogni buon conto, Il dotto Reverendo Teodoro Ricciardi11 contestualizza l’esistenza, quantomeno del nome della contrada, al periodo dell’esistenza della Metaponto magnogreca. Se ne trascrivono di seguito le sue parole e considerazioni: “Di questa distrutta città (Camarda), distante cinque miglia da Metaponto, e circa un miglio da Bernalda, che l’è succeduta, veggonsi gli avanzi nel sito detto S. Donato, consistenti in frantumi e rottami di antichi edificii, oltre de’ sepolcri, vasi, e monete, che vi si rinvengono. Della medesima ne fa nuda menzione l’Antonini, né molto si è potuto saperne da quei naturali. Giusta la loro tradizione pare, che Camarda abbia continuato ad esistere sino al 1500, nel quale tempo, da un tale Conte Bernaudo, col materiale della medesima, già male ridotta, fu fondata l’odierna Bernalda, così detta dal di lui proprio nome, e nel quale passarono i cittadini di Camarda. Di questa città per altro si fa spesso menzione nella Cronaca de’ PP. Benedettini che stavano in Montescaglioso, e nelle carte di controversie tra i detti Padri e ‘l Comune di Pomarico. Ma oltracciò il suo nome tutto greco ci dimostra abbastanza la sua antichità; su di che fa osservare il Corcia, a proposito di altro Villaggio omonimo a due miglia da Paganico nell’aquilano, doversi credere per entrambe il nome di Camardia derivato dal dorico … terra adatta all’arazione (aratura), considerandosi la lettera μ come epentetica, ed intromessa per eufonia”.

Dopodiché, il Ricciardi inserisce Camarda nella regione metapontina assieme al Picoco, a Castro Cicurio, ad Obelano (Uggiano/Ferrandina), Grottole e Milonia.

Vero è che, di qualche tomba, di qualche coccio e di qualche moneta si ha vaga notizia.

Più interessante, al riguardo, il ritrovamento nel 1935 a Bernalda di un ripostiglio con 19 stateri d’argento di Eraclea (purtroppo, non è indicato il punto preciso del ritrovamento)12 Si riporta in nota13 un estratto della relazione del Prof. Giuseppe Sarcinelli, in quanto utile ad alcune ipotesi che saranno svolte di seguito.

11 Op. cit.

12 Analisi delle dinamiche di contatto tra poleis greche ed ethne indigeni nell'area della Siritide attraverso lo studio dei rinvenimenti monetali, January 2012, Conference: I ritrovamenti monetali e i processi storico-economici nel mondo antico, At: Padova, Project: Heraclea e Siritide, Authors: Giuseppe Sarcinelli – Università del Salento.

13 <<… Non può non colpire l’assenza pressoché totale di moneta di Heraclea dall’intera area in esame: le attestazioni di moneta in argento si limitano ad un diobolo proveniente dalla sepoltura di Marsiconuovo, ed a 3 dioboli delle serie attribuibili indifferentemente a Tarentum oppure ad Heraclea (uno da Anglona, uno dall’area sacra di Armento, uno da rinvenimento privo di contesto a Moliterno, nell’alta valle dell’Agri). Bisogna ad ogni modo ricordare come la stessa Heraclea sia risultata particolarmente avara nel restituire esemplari in argento; le attestazioni si limitano a due dioboli: uno sicuramente di Heraclea, databile alla fine del V secolo a.C., ed uno attribuibile sia a Tarentum che ad Heraclea (IV- III secolo a.C.), entrambi dall’area urbana.Tale dato è in contrasto sia con quanto ci è noto dall’area del Bradano- Basento, dove la moneta di Heraclea è presente frequentemente, anche se non in abbondanza, in contesti da scavo databili a partire dalla seconda metà del IV secolo a.C. e gli inizi del III secolo a.C., sia, soprattutto, con quanto si evince dall’analisi della distribuzione nei ripostigli: già tra gli ultimi anni del V ed i primi del IV secolo a.C. moneta di Heraclea è attestata a Taranto, Paestum, Crotone; dalla metà del IV secolo a.C. la presenza interessa in particolare l’ambito pugliese e della Campania, con un addensamento delle date di occultamento nell’epoca della spedizione di Alessandro il Molosso. Tra la fine del IV secolo e i primi decenni del III la presenza di Heraclea è attestata in prevalenza in ripostigli pugliesi, in Calabria, in Sicilia; un secondo nucleo si circoscrive cronologicamente agli anni delle operazioni belliche condotte da Pirro: ripostigli ancora in Puglia, e, in Basilicata, esclusivamente nell’area del Bradano-Basento: Bernalda 1935 (19 stateri), Metaponto 1955 (17 stateri ed un diobolo), Metaponto 1910 (13 stateri), Oppido Lucano (3 dioboli: tra il V ed il III a.C.), San Chirico Nuovo (1 statere).

Intorno alla metà del III secolo Heraclea è presente in ripostigli dalla Puglia meridionale; nella seconda metà del secolo troviamo ancora una forte presenza in Puglia centro-meridionale; quindi in Basilicata: Bernalda (1 statere) Pisticci (1 statere ed 1 dramma); in Campania, in Calabria. Dalla metà del IV secolo a.C. la moneta di Heraclea è dunque tesaurizzata non solo nella parte orientale della Basilicata, ma soprattutto nella Puglia (particolarmente in quella meridionale, ossia nell’area di Taranto e nella zona economica circostante), e fino in Campania ed in Calabria, mentre è assente proprio nel suo entroterra.

Negli anni della spedizione pirrica la moneta di Heraclea conosce una forte contrazione: appare in tesoretti quasi esclusivamente limitati al tarantino ed a Metaponto ed al suo entroterra (San Chirico Nuovo ed Oppido Lucano). …>>.

Nulla, per finire, che autorizzi a qualificare il sito di Bernalda quale centro abitato di qualche rilevanza nel periodo in esame, salvo che, ma la cosa sembra alquanto scontata, che qui fosse certamente ubicata una qualche fattoria.

Molto interessante, per altro verso, e degna di approfondimento è l’ipotesi formulata dal Prof. Stefano Panunzi circa la possibilità di una preesistenza archeologica di epoca magnogreca soggiacente al centro storico di Bernalda di cui si trascrive integralmente quanto postato dal medesimo in internet:

“ Questa forma soggiacente al tessuto del centro storico di Bernalda rivela una preesistenza archeologica non ancora studiata. Questa ellisse ricorda verosimilmente i criteri astronomici di scuola Pitagorica utilizzati per orientare le costruzioni sacre nella Magna Grecia (vd. studi su Pompei di Francesco Vitale). Esistono già studi approfonditi sull'origine greca della città (Camarda). Una prima serie di studi metrici e topologici di questa ellisse sono stati iniziati nel 2006 da parte del Prof. Arch. Stefano Panunzi (Facoltà di Ingegneria - Università del Molise) LINK http://www.wikimapia.org/#lat=40.405327&lon=16.686752&z=17&l=4&m=a&v=2&search=ellisse

Vero è che toponimi a radice ‘cam’ - ‘cama’, quali ‘Camere’, ‘Camerina’, ecc., sono presenti nell’epoca in questione.

Si aggiunge che anni fa il Maestro Tonino Salfi mi parlò genericamente di tombe del periodo venute fuori a seguito di lavori di ripavimentazione all’interno di alcuni immobili del centro storico.

Per di più, nel secolo scorso, correva voce (mai confermata) che un certo signore, in prossimità del castello, avesse rinvenuto un piccolo tesoretto di monete magnogreche. Chissà… magari oggi i suoi nipoti e pronipoti potrebbero confermare o smentire.

E’ certo, infine, che io stesso (avevo sei anni ed ero in prima elementare), assieme ad un mio cugino ed un altro amichetto, nel mentre si giocava nel fosso immediatamente a ridosso della scuola elementare di via Marconi, rinvenimmo una sfera di pietra arenaria del diametro di circa  25/30 cm, fittamente incisa con scritte indecifrabili (che oggi definirei greco arcaico) ed ornata con figure stilizzate di guerrieri con tanto di elmi, lance e spade. Purtroppo, la riseppellimmo e, nonostante da adulto sia tornato più volte sul luogo, non l’ho più ritrovata. Di talché, del fatto, non rimane che il mio ricordo e la mia testimonianza.

P.S.: Nulla più che semplice curiosità, allo stato attuale:

  1. La Chiesa Madre ed il Castello di Bernalda, come è facile verificare, si trovano esattamente a metà strada, in linea d’aria, sul segmento che unisce in linea retta le Tavole Palatine con la piazza principale di Pisticci e precisamente con lo stabile adibito a Sala consiliare ed Ufficio del Giudice di Pace (ex convento dei Padri Riformati e chiesa di S. Antonio)14.
  2. Il centro storico di Bernalda ed il sito archeologico di Cozzo presepe, si trovano alla stessa distanza dalle Tavole Palatine e curiosamente il primo domina la valle del Basento ed il secondo la valle del bradano15.

     

14 Distanza verificata su Google Earth.

15 Come nota precedente.

 Periodo romano e tardo imperiale 

Premetto che non esiste, a mia saputa, alcuna evidenza di un qualsiasi documento o rinvenimento archeologico che possa rinviare ad una presenza di Camarda nel periodo in questione.

Tuttavia, nel caso si opti per la presenza in loco di un insediamento nel precedente periodo magnogreco, non deve necessariamente escludersi una qualche forma di continuità abitativa anche nel periodo dell’assoggettamento del territorio ex magnogreco all’imperio di Roma.

Certamente qui occorre lavorare molto di fantasia16, ma cercheremo di farlo ricercando ed esaminando spunti o indizi di un qualche valore documentale, con riferimento però all’intero territorio di Bernalda e dell’attuale Metaponto, tenuto conto, ovviamente, del senso e della finalità di questo scritto.

Parto dall’emblema del Toro: Come precedentemente detto, non è chiara l’origine dello stesso. Infatti, solamente per via ipotetica, l’emblema in questione può farsi risalire al periodo bizantino o ad altri. Ma il Toro era emblema utilizzato da tempi immemori sia da città (vedasi, ad esempio, la monetizzazione delle città magnogreche ed in particolare di Turio), sia da tribù italiche (primavere sacre di gruppi tribali sanniti, ma non solo) sia da famiglie nobili. A questo proposito, non può affermarsi, ma nemmeno escludersi con certezza, un qualche legame con la famiglia imperiale dei Giulio-Claudii (i primi cinque imperatori romani), compreso il precursore Caio Giulio Cesare, il cui emblema era appunto rappresentato dal Toro, animale sacro alla dea Venere17, impresso sugli scudi di tutte le loro legioni (quali la VI Victrix – la X Gemina – la IX Hispana – l’VIII 

Augusta - la IV e e la V Macedonica – la VII Claudia – la III Gallica) e che l’imperatore Augusto18 con tutta probabilità volle o confermò come emblema della città di Torino19 da lui rifondata/ampliata nel 28 a.C. col nome di Julia Augusta Taurinorum sul luogo dove Giulio Cesare nel 58 a.C. aveva già insediato un presidio militare che poi, nel 44 a.C.20, aveva preso il nome di Julia Taurinorum. Dinastia Giulio-Claudia che certamente, come altri patrizi romani, possedeva latifondi anche nel meridione d’Italia e, in senso lato, da queste parti.

Elementi di riflessione21, relativamente al territorio, li fornisce la famosa Tabula Peutingeriana, sulla quale si sono riversati fiumi di erudite ed interessanti speculazioni. In verità, tale documento, apparentemente di uso militare, secondo le più accreditate ipotesi, consiste in una copia del XIII secolo di una più antica carta del periodo tardo imperiale romano che sembrerebbe essere stata integrata ed ampliata nel corso dei secoli parallelamente all’espandersi dei domini di Roma. Di talché, in essa si trovano situazioni e collocazioni non sempre compatibili con le conoscenze storiche e geografiche rivenienti da altre fonti; per di più rese secondo misure diverse ed in generale da interpretare di caso in caso (quali, ad esempio, miglia, leghe, parasanghe), in accordo con le rivenienze archeologiche.

Per quanto mi riguarda, tale documento, ove sia dimostrato che fosse la copia di uno più antico e non invece redatto ex novo sulla base di altri noti itinerari ed antichi testi geografici (non sempre ben interpretati ed anch’essi non del tutto scevri da manipolazioni postume), sicuramente deve esser stato emendato e/o restaurato ovvero integrato in molte parti probabilmente già rovinate dall’usura del tempo, con l’aggiunta, nelle parti guaste, di toponimi interi o parzialmente corretti, secondo le conoscenze di geografia all’epoca note e sostanzialmente mai più messe in discussione (vedasi, ad esempio, l’innaturale ed impossibile ubicazione dei siti di Pontentia ed Anxia ovvero i siti identificati come le attuali Potenza ed Anzi lungo la direttrice Venusia – Tarento).

Di essa Tabula, in questo scritto, limitiamo l’analisi critica al solo tratto stradale che va da Taranto alla località sulla stessa indicata come Turis (l’attuale Sibari).

18 L’imperatore Ottaviano Augusto, era detto il Thurino, in quanto il suo bisnonno era originario di Turio in Magna Grecia (Marco Antonio; Orazio, ed altri).

19 Si precisa, a scanso di equivoci, che il nome di Torino non ha nulla a che fare con Thurii, ma deriva dal nome della tribù Celto Gallica dei Taurini, mentre l’emblema del toro è verosimilmente associabile alla presenza dei legionari cesariani.

20 Anno della morte di Giulio Cesare.

21 Non senza ricadute relative alla geografia del precedente periodo magnogreco.

Come leggere/interpretare il documento nella parte in esame:

  • Innanzitutto, si nota come i toponimi sono declinati con l’ablativo semplice (con l’ablativo semplice in latino erano indicate le città, le piccole isole ed i luoghi in generale).
  • Si nota, poi, come (apparentemente)22 non risulta segnata la distanza che intercorre tra Tarento e Turiostu. La qual cosa può interpretarsi in tre modi: a) la distanza, per un qualsiasi motivo, è semplicemente omessa; b) Turiostu è una località a ridosso di Taranto; ovvero, b) nel caso della direttrice oggetto di questo approfondimento le distanze sono segnate di seguito alle località e non tra di esse; c) la distanza, nel caso della direttrice in parola, è indicata con il numero (di miglia o leghe) posposto al secondo toponimo (che può indicare una città, una ‘statio’ o semplicemente un luogo) e non inframezzato tra i toponimi

Orbene, nel caso di cui al punto a), si avrebbe che la distanza tra Turiostu ed Heraclea corrisponderebbe in miglia romane a circa 37 chilometri23, dove, invece, la distanza tra Metaponto e Policoro è di circa 24 km e tra le Tavole Palatine e Policoro è inferiore ai 28 chilometri. Si dovrebbe, pertanto, aprioristicamente escludere un collegamento (oltretutto da più fonti documentato)24 costiero più o meno sovrapponibile all’attuale S.S. 106 Jonica, a favore di un esclusivo itinerario pedemontano o, meglio, inter-collinare, che sicuramente cozza con la natura stessa della Tabula, il cui uso essenzialmente di tipo militare non poteva che mirare alla velocizzazione dello spostamento delle legioni, nel quadro dell’efficientamento degli spostamenti finalizzati alla rapidità degli interventi. In più, si dovrebbe senza remora alcuna scartare l’ipotesi che nel tratto in questione le distanze siano indicate in leghe25.

Nel caso di cui al punto b), ovvero ove si ipotizzi una Turiostu a ridosso di Tarento, la Tabula indicherebbe una distanza tra Taranto e Policoro di appena 37 chilometri, ove ivi espressa in miglia, e di 55,5 chilometri se espressa in leghe, laddove si dovrebbe aggirare lungo l’itinerario costiero attorno ai 70 chilometri.

22 Si noti come, invece, risulta chiaramente segnata la distanza tra Tarento e Manduris, ecc.

23 1 miglio = km 1,48.

24 Tra gli altri, vedasi, per la pertinenza con l’argomento, l’interessante ed autorevole scritto di L. Giardino "Metaponto tardo-imperiale e Turiostu: proposta di identificazione in margine ad un miliarium di Giuliano l'Apostata", 1982, in "Studi di Antichità", Università di Lecce, Dipartimento di Scienze dell'Antichità, 3, 1982, pp. 155-173.

25 1 lega (leuga) romana = 2,22 km, 2.220 m, 1.500 passi, 7.500 piedi

Al caso di cui al punto c), secondo la mia tesi, ci si deve riferire per la corretta interpretazione dell’itinerario.

Vediamo perché:

E’ acclarato che già dal medioevo, con riferimento al toponimo di ‘Turiostu’, chiaro vocabolo composto, veniva indicata la località di ‘Turris Maris’ ovverosia della Torre a Mare o Torremare (attuale Metaponto) a noi nota attraverso le pergamene di XI e XII secolo di Matera e del monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso26. A me pare evidente, tuttavia, che il toponimo non può che derivare da una traduzione ‘forzata’ del toponimo latino ‘Turiostu’. Forzata, in quanto non mi sembra chiaro come dalla radice toponomastica di ‘Tur - Turi’, probabile, a sua volta, latinizzazione (dal greco) di ‘Thurii’, si possa arrivare a ‘Turris’ mediante il raddoppio della consonante ‘r’.

Non che sia impossibile27, ma sembrerebbe, nella fattispecie, piuttosto trattarsi di un caso di paretimologia di epoca altomedievale dovuta alla mera assonanza del sostantivo ‘Turris’ con il primo dei due nomi/sostantivi componenti il toponimo ‘Turi-ostu’, in relazione alla presenza nell’odierna Metaponto (località Torremare) di una torre (forse già del periodo bizantino- longobardo-arabo con funzione di controllo del porto), primo nucleo edificato del successivo castello normanno svevo. Presenza/luogo che veniva identificato, essendosi perso nel tempo o semplicemente non più riconoscendosi il nome classico autentico della città ivi esistente, con quello documentato dalla Tabula di, appunto, Turiostu.

Ma torniamo alla Tabula ed alle distanze e cerchiamo, in primo luogo, di capire l’unità di misura sottintesa ai numeri romani ivi segnati:

La distanza tra Taranto e la ‘statio’ di Turiostu indicata col numero XXV, come precedentemente detto, ove espressa in miglia romane, corrisponderebbe a 37 km e la detta ‘stazio’ si dovrebbe collocare, lungo la direttrice costiera, all’incirca in corrispondenza di Chiatona28.Se invece espressa in leghe romane segnerebbe una distanza di 55,5 km con la conseguenza che Turiostu ricadrebbe all’incirca in prossimità di Ginosa Marina, a ridosso di contrada Marinella e conseguentemente dell’antico alveo e foce del fiume Bradano29

26   Polo Digitale degli Istituti Culturali  di   Napoli (http://www.polodigitalenapoli.it/it/29/ricerca/detailarchiveud/2936783/): Codice diplomatico di Matera - Volume I (indice e documenti dal 1082 al 1499), Identificativo per l'unità archivistica PDN UA 2936783; Badie, Feudi e Baroni della Valle di Vitalba. A cura di Tommaso Pedio; Historia cronologica monasterii S. Michaelis Archangeli Montis Caveosi ... ab anno 1065. ad annum 1484. Ex ejusdem monasterii tabulario deprompta accessit series genealogica principum benefactorum monasterij ex Nortmannica Altavillana stirpe deducta Serafino Tansi; ecc.

27 In effetti la voce greca τύρρις esiste come variante di τύρσις (Treccani, vocabolario online, alla voce ‘torre’).

28 Il calcolo e la mappa, come per i successivi, sono stati fatti con Google Maps, utilizzando per l’individuazione dei percorsi stradali le funzioni ‘a piedi’ o ‘in bicicletta’, al fine di avvicinarli quanto più possibile a quello che doveva essere il percorso antico. Come punto di partenza, si è fissato il Parco Archeologico di Collepasso a Taranto, in quanto ricadente nei pressi dell’antica porta Temenide. In più, per il percorso iniziale, si è preferito quello relativo al ‘Circum- Mar-Piccolo’, atteso che ai tempi in riferimento non è certo (per me no) che esistesse quello che oggi è noto come Ponte di Pietra, in prossimità di Porta Napoli. Ovviamente, il predetto procedimento non ha pretesa di scientificità, ma solo di ausilio visivo (ed esplicativo) alle speculazioni critiche oggetto del presente lavoro.

Soprattutto per i motivi che in appresso vedremo, a mio giudizio, l’unità di misura che ricerchiamo è la lega (leuga) romana (1 lega = 2, 22 km)30.

Sulla Tabula, secondo il criterio di lettura proposto, la distanza intercorrente tra la statio di ‘Turiosto’ ed Heraclea è di IIII leghe romane, pari a 8,88 km, che è circa la distanza che da contrada

29 Tenuto conto dell’antico alveo corrente più a nord dell’attuale.

30 La lega o leuga romana, nella Tabula Peutingeriana, è sicuramente utilizzata come unità di misura negli itinerari della Gallia. Si veda in proposito, on-line, in Enciclopedia Treccani, alla voce: ‘PEUTINGERIANA, Tabula di F. Castagnoli (https://www.treccani.it/enciclopedia/tabula-peutingeriana_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Antica%29/).

Marinella (sponda sinistra dell’antica foce del Bradano) intercorre, secondo un ipotetico percorso pedonale, al Parco Archeologico di Metaponto. In definitiva, l’Heraclea della Tabula Peutingeriana non è altro che il sito dell’antica città portuale31 greca oggi individuata come Metaponto.

A questo punto, continuando lungo il percorso della Tabula, incontriamo la successiva ‘statio’ di ‘Semnum’ (generalmente identificata con qualcosa a ridosso dell’attuale fiume Sinni, se non con lo stesso).

Peraltro, secondo la lettura qui proposta, tra Heraclea e Semnum, non sarebbe indicata la distanza e ciò costituirebbe un grave vulnus all’ipotesi formulata.

Tuttavia, da un più attento esame critico, emerge che il toponimo Semnum, per quanto a mia conoscenza, non esiste nella letteratura storiografica e geografica classica e nemmeno è rintracciabile nei vocabolari come sostantivo o aggettivo. Pertanto, si deve necessariamente postulare che ‘Semnum’ non è altro che una delle correzioni/integrazioni apportate in sede di restauro del documento originale32 (con l’erronea interpretazione/sostituzione del numero romano IIII con la lettera m). Così procedendo si ha la più coerente lettura di ‘Semnu III’.

Lettura più coerente poiché, in questo caso, si avrebbe un toponimo corrispondente ad un sostantivo noto (semnion, ii – II decl. latina)33, oltretutto di chiara derivazione greca, reso (in forma tardo latina o dialettale) con l’ablativo semplice di IV decl., sicuramente parte di un nome composto (alla stregua di ‘Turi-ostu’34), ma soprattutto corrispondente all’aggettivo greco

31 Porto che evidentemente, per la sua conformazione (quasi un lago interno collegato con il mare aperto per mezzo di un canale artificiale), era chiamato, con aggiunta di suffisso diminutivo, <u’ p’lagin’> ovvero ‘il mare piccolo’ (quasi un lago salmastro) dal latino pelagus, i (mare, oceano, massa d’acqua). Da qui, anche il toponimo di ‘Lago di Santa Pelagina’, ove per Santa Pelagina, se non si voglia a tutti i costi ricercare un etimo di origine greca, si deve intendere Santa Maria del mare piccolo ovvero Santa Maria del Porto (chiesa cristiana individuata da M. Lacava: v. “Topografia e Storia di Metaponto”. A proposito del canale d’ingresso al porto, alcuni decenni fa, un operaio che negli anni ’50 del secolo scorso aveva lavorato alla costruzione dei canali della bonifica mi riferì che durante i lavori di costruzione del tratto prospiciente l’idrovora furono rinvenuti i resti di quello che sembrava un pontile, sul quale fu posizionato, con risparmio di tempo e lavoro, l’attuale tratto terminale del costruendo canale.

32 Vedasi quanto precedentemente detto in proposito.

33 Ferruccio Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, 3^ edizione interamente rifusa ed aggiornata del dizionario Georges- Calonghi.

34 Al porto di Turi, se riferito ad una città, o alla foce del Turi, se riferito ad un fiume.

 ‘σεμνός’ (‘semnos’: sacro, santo, venerabile, augusto) declinato in forma latinizzata tarda (o dialettale o semplicemente per errore) con l’ablativo semplice, in accordo con un sostantivo di quarta declinazione indicativo di luogo (solamente per es.: ‘domu/o-semnu’ per ‘dimora sacra’).

Bene: col solito ausilio visivo-cartografico già utilizzato, il segmento Heraclea – Semnu III (3 leghe = 6,66 km) ci porta dritti a masseria Cardillo; ovvero nei pressi (appena 800 metri in line d’aria) dell’area archeologica (VII - IV sec. a.C.) di San Biagio all’Avenella (chiesetta medievale dedicata a San Biagio: chiaro esempio di sincretismo religioso di epoca ‘almeno’ altomedievale), ove, al tempo, secondo il noto epinicio XI di Bacchilide, insisteva, presso il Basento un ‘bosco sacro’ dedicato alla dea Artemide Hemera e dove pure era oggetto di culto suo padre Zeus con l’epiteto di Aglaòs35.

Masseria Cardillo, si aggiunge, distante, lungo l’odierno percorso stradale, all’incirca tre chilometri dalla masseria fortificata di S. Angelo Vecchio, già grancìa del monastero benedettino di San Michele Arcangelo di Montescaglioso.

In un’area, quindi, connotata da una persistente e ultrasecolare caratterizzazione religiosa36, cui richiama il toponimo (a mio parere, come detto, monco) ‘Semnu’. La cui importanza, tuttavia, dal punto di vista di controllo del territorio derivava dall’essere a ‘guardia’ del guado sul fiume Basento (Kasas per gli antichi greci e Casuento per i romani), meglio conosciuto come ‘scafa di Sant’Angelo’.

In proposito, si tenga presente la posizione strategica della zona di Masseria Cardillo (nel cui ambito vado a collocare la ‘statio’ di ‘Semnu’) riviene dal fatto che proprio lì è il punto di convergenza (ovviamente, al fine dell’attraversamento in ambo le direzioni di marcia, verso e dalla Calabria, del Basento in prossimità della ‘scafa37 di Sant’Angelo’) delle strade provenienti dalla Puglia: dal Tarantino, dal Barese, dalla Capitanata, oltre che, secondo la presente ipotesi, dal luogo indicato nella Tabula come Heraclea).

 35 Tra i tantissimi lavori, studi ed articoli, per la piacevolezza della lettura, si segnala: ‘Il Santuario extraurbano di San Biagio alla Venella’, a cura di Jolanda Carella con la collaborazione di Antonio De Siena, Bernalda, Tipografia Disantis, 2007.

36 Peraltro, multicultuale.

37 Dal latino Scăpha [scaphă], scaphae: barchetta, canotto, battello, scialuppa.

      

Per completare, ora, l’analisi della direttrice peutingeriana ‘Tarento – Turis’, non resta che, sempre secondo l’interpretazione di lettura qui proposta, non resta che verificare, col solito criterio, se il percorso pedo-ciclabile intercorrente tra il fiume Basento e l’attuale Sibari

38 Schema generale indicativo della viabilità convergente a Cardillo e conseguentemente alla ‘Scafa di Sant’Angelo sul Basento.

39 Particolare della precedente mappa con l’indicazione dell’area compresa tra Masseria Cardillo, la Chiesetta di San Biagio all’Avenella e la Masseria Fortificata di Sant’Angelo Vecchio, su cui insisteva l’Area Sacra relativa al Santuario di Artemide e Zeus e relativo ‘Bosco Sacro’; il tutto prospiciente la ‘Scafa’ sul fiume Basento. Area riportata sulla Tabula Peutingeriana come statio di ‘Semnu’.

corrisponde ‘grossomodo’ alla distanza di XXXV leughe (77,7 km) segnato nel documento e la risposta è affermativa:

Google Maps, infatti, ci restituisce una distanza pari a 78,7 chilometri, con uno scarto significativo di appena 1 km!40

Le conseguenze dell’articolata analisi e della lettura qui proposta dell’antico documento sono certamente importanti:

  • Lungo il percorso tardo imperiale Tarento – Turis sono indicate tre sole località (Turiostu, Heraclea e Semnu), ricadenti a ridosso dei due fiumi Bradano e Basento. E’ chiara la funzione strategica delle ‘statio’ (e del territorio), poste a controllo dei guadi più prossimi alla costa e dell’unico porto (o comunque più importante, dal punto di vista commerciale, in quanto più prossimo alle naturali vie di penetrazione costituite dal sistema vallivo dei fiumi della Basilicata) insistente lungo la costa Jonica calabro-lucana.
  • Sono da ricercarsi e correttamente ubicarsi, negli attuali territori di Montescaglioso, Ginosa, Bernalda e Pisticci almeno tre antichi o quattro antichi centri (Una Metaponto, una Turi, una Cosenza, una Eraclea, una Siri41, una Pandosia), tenuto conto del fatto che non necessariamente per ogni toponimo occorre individuare la sede di una diversa cittadina42.

40 Sia pure, si ripete, su un tracciato simil-ricostruito.

41 Mi riesce problematico non collegare la coeva distruzione (post XVIII olimpiade o comunque VII sec. a.C.) del centro dell’Incoronata di Pisticci e del centro protostorico dell’attuale Metaponto con il mito di Falanto e l’aiuto da questi portato ai tarantini in guerra con alcune popolazioni locali, si noti, in piena età delle fondazioni coloniali. D’altronde, per quanto riguarda Siris, le fonti antiche (vedasi Stefano di Bisanzio: “…Metapontium urbs Italiae, quae prius Siris,…”) non sono concordanti e solamente dal XVI-XVII sec., da geografi che certamente conoscevano la Tabula Peutingeriana, pare essersi affermata tra gli storici, la distinzione di Siris-Poleion/Eraclea da Metaponto.

42 Questi toponimi di antichi centri si riferiscono ad un periodo storico di ben oltre un millennio (perlomeno dall’VIII sec.

a.C. al V sec. d.C.) nel corso del quale ben possono essersi succedute sullo stesso sito fondazioni, restaurazioni e rifondazioni. Sito che può aver avuto nomi diversi dalle popolazioni che si sono succedute, portatori di lingue, dialetti e tradizioni diverse. Lo stesso discorso vale per i fiumi, che in molti casi sono ricordati negli antichi codici con gli stessi nomi delle città che costeggiavano (ad es.: per la città di Siri, il fiume Siri; per Kasas - Cosenza, il Casuento; per Turi, il Trionto o Turionto; per Crotone, il Crati o Croto; per Taras - Taranto, il Taras; ecc.). Né si deve escludere la possibilità che uno stesso centro sia ricordato nelle fonti classiche, a seconda del periodo o dell’autore, con nomi diversi: un nome riveniente da un mitico eroe eponimo (ad es.: Crotone, Metaponto), un nome riveniente dalla maggiore delle deità ivi adorate (ad es.: Pandosia, Eraclea), un altro dal nome proprio della contrada, ecc.

Non è possibile discostarsi, per quanto riguarda l’ubicazione della statio di ‘Heraclea’ dall’attuale sito del Parco Archeologico Urbano di Metaponto. Oltretutto, a ciò richiama l’attuale denominazione di contrada ‘Sansone’. Toponimo sincretico ripreso dall’eroe biblico dalla forza sovrumana che ha certamente sostituito in epoca cristiana l’antica denominazione di Eraclea (città di Ercole), giusta lo zelo religioso probabilmente dei primi monaci basiliani qui sopraggiunti in periodo altomedievale43.

Per le evidenti implicazioni di ordine storico-geografico e per la necessità (che un ulteriore approfondimento sul tema comporterebbe) di non ampliare a dismisura la lunghezza di questo scritto, di conseguenza anche scantonando dalle sue finalità prevalentemente discorsivo- divulgative, fermo qui ogni ulteriore approfondimento esplicativo e deduttivo cui soggiacerebbe un tale lavoro.

Tuttavia, non posso esimermi dal valutare ed inquadrare nel periodo la questione dell’esistenza o meno di Camarda nel periodo:

Si è detto precedentemente che sono da ricercarsi e correttamente ubicarsi, negli attuali territori di Montescaglioso, Ginosa, Bernalda e Pisticci almeno tre o quattro antichi centri (Una Metaponto, una Turi, una Cosenza, una Eraclea, una Siri, una Pandosia), cui la toponomastica della Tabula Peutingeriana per forza di cose porta e la cui contestualizzazione rinvia a periodi pre- imperiali e finanche magnogreci ed italici, tenuto conto del fatto che non necessariamente per ogni toponimo occorre individuare la sede di una diversa cittadina.

Orbene, in un territorio di una tale importanza strategica ed economica, diventa difficile ipotizzare la totale mancanza di un qualcosa di antropico diversa da un mero utilizzo rurale del pianoro di Bernalda, anche perché, sia pure in chiave solamente ipotetica e deduttiva, non mancano, a ben cercarli, indizi di una qualche consistenza che autorizzano, anche fuor di forme di anacronistico campanilismo, quantomeno la insistenza del dubbio.

Infatti, con riguardo al territorio, la Tabula, così come interpretata, suggerisce la persistenza nel periodo della sua realizzazione di relitti toponomastici di una più antica geografia. Di talché, appare dovuta la ricerca delle predette antiche città negli agri di Ginosa, Montescaglioso, Bernalda44 e Pisticci. Aggiungo ora, più nel particolare, che una Turi45 andrebbe ricercata e/o collocata nei territori o a sinistra del Bradano (tra il pianoro collinare di San Biagio di Montescaglioso ed il territorio di Marina di Ginosa) o alla sua destra (tra Bernalda e Metaponto),

43 A ciò rinvia deduttivamente anche la nota denominazione data alle rovine del tempio di Apollo Licio, creduto in antico dedicato ad Ercole, stante evidentemente la persistenza del toponimo di Eraclea nella contrada, di ‘Chiesa di Sansone’. 44 Per il sito di Bernalda, in mancanza delle ‘sovrabbondati’ rivenienze archeologiche degli altri luoghi circonvicini citati, ne autorizzano l’inclusione tra i luoghi candidati anche la digressione linguistica su ‘camarda’ di Padre Teodoro Ricciardi e l’ipotesi di ricerca Formulata dal Prof. Stefano Panunzi.

45 A proposito alle vicende legate a Turi e/o ad Eraclea, un’antica tradizione a me anni addietro riferita oralmente dal Maestro A. Salfi lega il nome di una sorgente (Fontana e/o Ponte di Fabrizio) al console romano Caio Fabrizio Luscino che, su richiesta ed a difesa di Turi, sconfisse, in loco, in una dura battaglia (282 a.C.) l’esercito confederato di Tarentini, Lucani, Sanniti e Bruzi. Il medesimo, successivamente, nel 278 a.C., dopo la battaglia di Eraclea, fu inviato come ambasciatore presso Pirro.

mentre una Siri e (o) una Cosenza va inquadrata tra i territori a sinistra o a destra del Kasas- Casuento-Basento46 ovverosia tra i territori di Bernalda, e Pisticci - Marconia47.

In quest’ottica, riviene di particolare interesse la già richiamata ipotesi formulata dal Prof. Stefano Panunzi, il cui lavoro di ricerca meriterebbe ogni possibile collaborazione da parte anche delle Istituzioni, circa la possibile soggiacenza all’attuale centro storico di Bernalda di un tessuto cittadino orientato secondo i canoni ippodamei e pitagorici. Né minor interesse suscita il lavoro pure già richiamato del Prof. G. Sarcinelli – V. note precedenti a proposito dei ritrovamenti di ripostigli di monete riferite al conio di Eraclea.

Tralasciando per un attimo Camarda, non posso non sottolineare come, ubicando una ‘Cosenza’ nel territorio compreso tra le attuali Bernalda e Marconia, si deve necessariamente48 collocare la città di ‘Pandosia’, l’antica e ‘trivertice’49 ‘reggia degli Enotri’, a Pisticci50!

In proposito, atteso che ‘difficilmente’ l’archeologia possa restituire un cartello stradale con la scritta ‘Benvenuti a Pandosia’, non mancano di certo prove concrete (tenuto anche conto della cupidigia insensibile di qualche proprietario) della presenza di un ragguardevole insediamento antropico sul posto ‘almeno’ sin dal X sec. a.C., senza contare la presenza del santuario di Santa Maria del Casale, sincreticamente edificato sui resti di quello che certamente era un luogo di culto riferibile (anche questo ‘almeno’) al periodo magnogreco. Né vanno sottovaluti il fatto che Pisticci domina le valli dell’Acalandro (attuale fiume Cavone)51, nei cui pressi Alessandro il Molosso trasferì la sede assembleare delle città magnogreche, e del Casuento (Basento) e nemmeno il dato di fatto che Pisticci dista dal Parco Archeologico di Metaponto52 della distanza stessa riportata da molti per la distanza intercorrente tra il mare (evidentemente, un porto ovvero Heraclea) e Pandosia e cioè 6 ore di cavallo (circa 25/30 km).                                                     

La guerra gotico-bizantina,il periodo longobardo, gli arabi, il periodo bizantino

Deve chiarirsi, innanzitutto, che parlare genericamente di ‘periodo bizantino’, ove si voglia attribuire la fondazione di Camarda a quel periodo, implica una forbice temporale di circa 6 (sei) secoli che va dalla guerra gotica, ovvero dalla riconquista, da parte dei Bizantini dell’Italia, a danno dei Goti, all’avvento dei normanni, con l’inframezzo dell’avvento dei Longobardi e dei Saraceni (Per

46 In antico e cioè prima della distruzione di Siri (all’epoca cioè della conquista violenta da parte dei greci), per chi scrive, il fiume di Siri. E’ ricordato, a ben vedere, dagli Autori classici con altri nomi, ma mi astengo dal citarli, essendomi già troppo allontanato dai canoni correnti con cui viene descritta la geografia della Magna Grecia.

47 Si tenga presente quanto detto a proposito di una sovrapposizione in un unico sito di più nomi di città.

48 “paulum supra (Consentia) hanc sita est Pandosia castrum validum ubi Alexander Molossus periit” (Strabone, ‘Rerum Geographicarum)

49 Per i non pisticcesi: Pisticci è edificata, in posizione dominante e centrale rispetto alla pianura metapontina, su tre colli (Monte Corno, San Francesco e Serra Cipolla).

50 ‘Pisticci’, come già ipotizzato nel ‘Liber Niger Civitatis Pisticii’ (1567) da Andrea Marzio (U. J. Andreae Martii), è toponimo tardo romano o alto medievale, il cui etimo va rapportato alla locuzione avverbiale di stato in luogo ‘post achium’ (che viene dopo Accio, evidentemente sulla direttrice dell’antico tratturo Heraclea - Pandosia.

51 Viene spontaneo e quasi naturale pensare che il Molosso, in fuga da Pandosia, abbia trovato la morte nel tentativo di attraversare il fiume proprio in prossimità del luogo del ritrovamento delle famose Tavole di Eraclea (penso, infatti, che le stesse siano state ritrovate in situ e non in giacitura secondaria).

52 Lungo la strada ancora ripetutamente citata in molte pergamene e documenti medievali – P. S. Tanzi, Notar Caposanto ed altri.

rendere l’idea, è come dire che, fra mille anni, qualche storico scriverà che Bernalda è stata fondata tra il 1497 ed il 2020!).

E’ questo, in ogni caso, il periodo dello stravolgimento della toponomastica non solamente locale ma, allargandosi lo sguardo alla Lucania (ed, in verità, all’intera Italia meridionale), regionale. Si affermano, infatti, toponimi di etimo greco bizantino (Camarda, ecc.), germanico (in particolare longobardo53: Gualdo, Guaudello, Avenula o Avenella54, ecc.), religiosi (San Biagio, Sansone, San Donato, ecc.), ma anche giuridico-amministrativi o di altra natura. In Basilicata, con l’avvento del ducato longobardo di Benevento (poi Principati di Benevento e Salerno), molti toponimi di luoghi e contrade e relative devozioni religiose (San Donato Vescovo di Arezzo, San Michele Arcangelo, San Giorgio, San Cristoforo, ecc.) hanno origine negli insediamenti di genti (Arimanni55) provenienti dall’Italia centrale56 ed in modo particolare dalla Toscana.

Ma com’era la Camarda bizantina? Dov’era situata? E, soprattutto, premessa l’estrema difficoltà di reperire documenti o notizie, quali prove, perlomeno indiziarie, si hanno della sua esistenza?

IL TOPONIMO:

Camarda: “il nome accenna a stanziamenti greco-bizantini: ai quali ultimi camardan significò una specie di tenda, a forma arcuata, (Ducange, Gloss. Inf. Lat. ad v. Camaradum) e in misura da contenere molta gente, se argomentiamo dall’italico ‘camerata’ che derivò da quella. - Altra Camarda è presso l’Ofanto, in quel di Melfi, non lungi dal vallone del Catapano: raffronti non dispregevoli di grecismo locale. Altra presso Catanzaro, ove fu pure lungo albergo di genti bizantine. - Altra presso Apricena. - Tutte queste denominazioni indicano ivi stazioni, o acquartieramenti stabili di truppe bizantine.59

Ciò detto, chi scrive, valuta, in considerazione della natura, composizione ed abitudini degli eserciti bizantini, costituiti essenzialmente da mercenari arruolati nelle varie province dell’Impero che si spostavano con il seguito di mogli, figli e beni mobili, che la Camerata o Camarda bizantina sia stata, perlomeno nel corso del X secolo, in massima parte popolata da quelle genti60 ed avesse quindi caratteristiche, usi, costumi e lingua precipuamente greco-bizantini.

Altra ipotesi etimologica formulata in un articolo di Antonio Angelini (I mille anni di Camarda)61 vede il toponimo ‘Camarda’ come il risultato della fusione del termine di derivazione greco-latina ‘camara’ (significato: ‘volta di un ambiente’, da cui per estensione ‘camera’) con la radice linguistica germanico-longobarda ‘hard’ (significato: duro, coriaceo, solido, ecc.). Di talché, ‘camar-hard’ starebbe ad indicare un ‘luogo dalle volte dure’ ovverosia un luogo caratterizzato da grotte o, aggiungo io, tenendo conto di quanto addotto dal Ducange, un acquartieramento stabile caratterizzato da costruzioni (camerate) in muratura ed a volte. Sia come sia, in ogni caso, questa ipotesi, si integra con la prima e rinvia allo stesso periodo altomedievale.

L’abitato, che certamente disponeva di un centro fortificato, era sicuramente ubicato lì dove era necessario che fosse, e cioè, in ragione della natura (eminentemente militare) stessa della cittadella bizantina, nei pressi della rocca (l’attuale castello), in posizione forte e dominante sulla valle del Basento, a guardia

57 Arimanno (ant. anche erimanno) s. m. [dal lat. mediev. Arimanus, dal longob. hariman «uomo dell’esercito»]. – Presso i Longobardi, guerriero appartenente a una stabile guarnigione in punti strategicamente importanti per la difesa; dipendente dal re, godeva della concessione di terre, a titolo di proprietà ereditaria e inalienabile (vedi: https://www.treccani.it/vocabolario/arimanno/).

58 E’ interessante confrontare la toponomastica lucana con quella medievale delle regioni dell’Italia centrale già facenti parte del Ducato Longobardo di Spoleto (solo per es. su: Chronicon Farfense di Gregorio di Catino).

59 G. Racioppi: Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata.

60 (Ungheresi, Bulgari, Armeni, ecc.).

61 Articolo pubblicato su ‘Il Treo Notizie’ (notiziario n. 7 di luglio 2008) dell’Associazione Culturale ‘IL TREO’ con sede a Camarda (AQ).

 della stessa e principalmente dei primi due punti di passaggio, a partire dalla costa, sul fiume omonimo: quello noto col nome di “scafa di Sant’Angelo” e quello, importantissimo all’epoca, in prossimità di “Torre Accio”, dove sorgeva un ponte in muratura62, il quale nel medioevo era il primo che attraversasse il Basento in prossimità della linea costiera (L’importanza strategica era appunto questa: gli eserciti che nei secoli hanno percorso queste contrade diretti o provenienti dalla Calabria, da o verso la Puglia, ove non fossero stati in grado o non avessero avuto il tempo, di costruirsi da se dei celeri e sicuri punti di attraversamento del fiume (è evidente che non si possono traghettare migliaia di soldati, pochi per volta, con una o anche più scafe (zattere), da una sponda all’altra di un fiume senza esporre l’esercito a improvvisi e micidiali attacchi nemici!) erano costretti all’attraversamento del Basento per mezzo del ponte più vicino alla linea di costa e quindi in località “Torre Accio”, sulla strada che poi proseguiva per il Castello di S. Basilio, per Policoro, ecc...).

E’ questo il caso della battaglia combattuta tra l’Imperatore Ottone II e le forze congiunte Bizantino-Arabe nell’anno 982 d.C.63

Da questa battaglia, Ottone II ne uscì malamente sconfitto e si salvò salendo su una piccola barca (scapham64) e, a bordo di questa, raggiungendo la costa, dove peraltro cadde in mano di pirati di lingua greca.

Come al solito, molti riportano l’episodio in Calabria, tuttavia senza ragione plausibile, come dimostrato dal Giustiniani e dall’Antonini (anche richiamando quanto perentoriamente affermato dal Quattromani nelle note al De antiquitate et situ Calabriae del Barrio65) e da altri.

La battaglia dovette ragionevolmente svolgersi all’altezza o a monte della scafa di Sant’Angelo: nei pressi della collina di Camarda o, con maggiore probabilità, nell’attuale territorio di Marconia di Pisticci, tra Tinchi, Casinello ed il castello di San Basilio, atteso che per Ottone II non avrebbe avuto senso fuggire in barca sul fiume per poi tornare nei pressi del luogo della battaglia, se questa si fosse combattuta a valle della scafa. In ogni caso, secondo il Barrio, la battaglia si combattè ‘apud basentum66 amnem juxta Consentia67’, ma secondo altri Autori68 ‘apud Basentellum’;

 62 Il primo riferimento documentato circa l’esistenza di questo manufatto è per la verità del 1489 (Inventario della Contea di Montescaglioso redatto per ordine di Federico d’Aragona dal notaio Caposanto di Andria), ma è facile arguire che lo stesso dovesse essere di costruzione coeva o anteriore a quella di “Torre Accio” (circa sec. X), la cui funzione è appunto legata al controllo del passaggio sul fiume.

63 Ci suggestiona pensare che lo stesso imperatore Ottone II, nella sua spedizione del 982, dopo aver posto con il suo esercito il campo nei pressi delle Tavole Palatine, dovette attraversare il Basento, diretto in Calabria, attraverso uno o entrambi i passaggi suddetti, non senza aver dovuto fronteggiare la guarnigione Bizantina di Camerata/Camarda.

64 Sappiamo bene dove avrebbe potuto trovare la ‘scapham’: alla scafa, appunto, di Sant’Angelo.

65 GABRIELIS BARRII FRANCICANI - De Antiquitate , & Situ Calabria - LIBRI QUINQUE - … - Cum Animadversionibus SERTORII QUATRIMANNI PATRICII CONSENTINI - ROMAE MDCCXXXVII - Ex Typographia S. MICHAELIS ad Ripam. (Reperibile su Google Libri).

66 Il Quattromani, in nota, commenta: “hoc falsum est; nam historici de illius nomini flumine, quod est in Lucania, & Busentum Brutiorum navicula nunquam trajicitur”.

67 Si tenga presente quanto precedentemente detto a proposito di Consentia sul Casuento/Basento.

68 Flavio Biondo, Johannes Cluver, ecc.

il qual toponimo richiama l’esistenza di un casale di tal nome a ridosso del fiume e nel qual caso il toponimo potrebbe suonare come ‘la piccola Cosenza’.

Non deve trarre in inganno, tornando al tema, a proposito dell’ubicazione di Camerata-Camarda, la tradizione secondo cui l’abitato sorgesse in località S. Donato: questa contrada, infatti, ha conservato sempre i connotati di zona rurale e il fatto che ivi certamente siano state allocate, nei secoli, una o più fattorie, a cui certamente si riferiscono alcuni scarsi ruderi e ai cui abitatori (di epoche diverse) ineriscono alcune tombe ed altri pochi reperti archeologici, o il fatto che sul posto possa, per qualche tempo, aver trovato scampo e precaria dimora, anche per la vicinanza dei pozzi di “Torrone”, parte della popolazione di Camarda sopravvissuta, come appresso vedremo, ad eventi guerreschi e naturali (tra i quali probabilmente il terremoto del 1466), ovvero, ancora, che ivi possa aver trovato alloggio, sempre per la comodità dei pozzi, parte della truppa bizantina69, o meglio del suo seguito, di stanza a Camarda, non forniscono prova né supportano esaustivamente una tesi usata, anche maliziosamente, dagli stessi Difensori dell’Università di Bernalda nei vari contenziosi sostenuti contro l’Università (Comune) e l’Abbazia di S. Michele Arcangelo di Montescaglioso.

FONTI di RICERCA (alcune):

Per lo scrivente, la prima e più antica citazione, circa una località a nome Camerata, è riportata, per la verità in modo critico, dal P. D. Alessandro Di Meo, che, riprendendo a sua volta una notizia tramandata da Francesco Lombardi nelle “Notizie di Molfetta”, all’a.C. 988, nella sua monumentale e ineguagliata Opera70 testualmente ha scritto: <<Aggiugne l’Annalista Salernitano, che in quest’anno “Cosenza fu presa da’ Saraceni, e l’Oppido Monte Piloso71 (Irsina) restò quasi tutto bruciato: ma il Principe Giovanni subito lo rifece, e poselo in istato miglior di prima”. Adunque Monte Piloso era in Principato di Salerno. In quest’anno essere stata presa Cosenza, lo dice ancora Romoaldo Salernitano. Scrive Lupo Protospata. An.988. Ind. I. Depopulaverunt Saraceni Vicos Barenses, e viros, ac mulieres in Siciliam captivos duxerunt. Francesco Lombardi nelle notizie di Molfetta, senza altri testimonj, nota, che in quest’anno restarono da’ Saraceni desolati i paesi Rivella, vicino Molfetta, Morigine, S. Ismo nella via, che va a Quarata72; e poi più tardi furon desolati Torre Villotta, o Villola nella via di Terlizzo, S. Leucio in Deserto in pertinenza di Molfetta, nella via che va a Bitonto; S. Quirico nella strada di Ruvo, Urassano73 nella via di Bitonto, Sagina, S. Stefano, S. Andrea, Cirignano, Zappino, Giano, Priragnano, S. Nicola, e Salandra in territorio di Bisceglia: e nelle parti di Conversano Castellone74, Frassineto, Cimenia, Casabolo, Barsenta, Giamorra, Sessano, e Agnano. Vicino

 69 Ad evitare guai e fastidi alle popolazioni, da sempre il grosso delle guarnigioni militari era fatto bivaccare fuori dei centri abitati.

70 P. Alessandro Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, Napoli MDCCCIV.

71 Irsina

72 Corato

73 Grassano

74 Castellana Grotte

Acquaviva Ventacero, e in pertinenza di Bari Camerata (cioè: Camarda)75, Balsignano, Butorrito76, Casabattula, e Casalnuovo. Ma per questi tempi almeno molti di tali Paesi non ebbero esistenza, che nella fantasia di alcuni >>.

Come si vede, il Di Meo è alquanto scettico sulla notizia tramandata dal Lombardi, ma, forse, una volta tanto non approfondisce da par suo, traendo la convinzione semplicemente dal fatto che dal Lombardi sarebbero citati paesi all’epoca suppostamente non esistenti. Egli stesso, tuttavia, non supporta però in alcun modo la propria affermazione.

Al contrario, la notizia, pur non tenendo conto delle località citate e dubbie, coincide e si inquadra perfettamente nel contesto di avvenimenti descritti da altri Cronisti e anzi fornisce, analizzata non disgiuntamente da questi, una ragionevole lettura dei fatti guerreschi del periodo, nonché spunti per ulteriori analisi e approfondimenti intorno ad alcune questioni, quali ad esempio l’organizzazione amministrativa del Tema d’Italia ed i suoi confini a ridosso della Basilicata sud- orientale, a ridosso dell’affaccio sullo Jonio77 ovvero del territorio ricompreso nella ‘terra di Bari’, il cui confine con la Basilicata correva ‘grossomodo’ lungo il corso del fiume Bradano e/o sul crinale collinoso che divide la stessa valle del Bradano da quella del Basento78.

Si sa, infatti, che, circa il 985, e dopo la stasi del 98279, riprende una vigorosa, impegnativa e duratura offensiva saracena nel meridione d’Italia, che segue quella intrapresa circa venti anni prima e che durerà praticamente fino all’avvento dei Normanni, finalizzata alla conquista e al controllo della Calabria (I Saraceni, partendo sempre dalle coste, sia jonica che tirrenica, attaccano ed acquistano, in sequenza, Reggio (985), Catanzaro (986), Cosenza (988), ecc.);

La strategia è la stessa: l’offensiva viene integrata e protetta a Nord da una formidabile ed intelligente manovra a tenaglia, intesa a isolare la Calabria stessa, impedendo l’arrivo di rinforzi e rifornimenti e, quindi, tenendo lontano da questo principale obiettivo e campo d’azione il grosso degli eserciti avversari (Quello longobardo a Nord-Ovest e quello bizantino a Nord-Est), che difatti vengono impegnati quasi sempre fuori regione, in Campania, Basilicata e nella Puglia.

La manovra saracena si sviluppa su due direttrici di attacco convergenti verso il cuore della Basilicata, a Nord del massiccio del Pollino, autentica fortezza naturale a difesa della regione calabra, utilizzando le valli fluviali (nel metapontino, in particolare, le valli del Sinni dell’Agri, del Cavone e del Basento, naturalmente orientate nella direzione sud-est <--> nord-ovest) e su una terza direttrice di attacco

 75 Da non confondersi con Camerata/Camarda di Capitanata nota posta della Dogana delle Pecore.

76 Bitritto

77 ... Uggiano (ovvero Ferrandina) in terra di Bari ancora ...

78 Della Provincia d’Otranto del Filosofo e Medico G. Marciano di Leverano con Aggiunte del Filosofo e Medico D. T. Albanese di Oria, Napoli, 1855.

79 La venuta di Ottone II, nemico comune, per fronteggiare il quale si alleano in quell’anno Mori e Bizantini.

 che, partendo sempre dai litorali del metapontino, punta a nord verso la regione barese i porti adriatici pugliesi e la stessa Bari.

La prima direttrice vede come luogo di sbarco la costa del golfo di Policastro con penetrazione nel Principato di Salerno in direzione Nord-Est, verso Rivello e Planula (poi Castel Saraceno);

La seconda direttrice, invece, prevede lo sbarco sulla costa ionica della Basilicata, dove, già dal 976, i Saraceni disponevano di alcune basi, e la conseguente penetrazione, lungo le valli del Sinni, dell’Agri, del Cavone, del Basento e del Bradano, in direzione Nord-Ovest; la riuscita di questa manovra a tenaglia è tesa ad assicurare, come detto, il controllo del massiccio del Pollino e di conseguenza il controllo assoluto di tutte le vie terrestri di accesso alla Calabria.

Per quanto riguarda la terza direttrice di attacco (direzione Nord Nord-Est, verso la Puglia), nella valle del Bradano la situazione rimane particolarmente movimentata: lungo il corso del fiume e del suo affluente Basentello, oltre la linea ideale Matera- Tricarico80, corre, all’incirca, il confine fra il territorio bizantino e quello del Principato di Salerno. Qui, i Saraceni tengono a lungo impegnati i Salernitani [a Gravina (nel 976), a Venosa (dal 985), a Matera (994), a Montescaglioso (1003), a Monte Piloso (1010), ecc.] e da qui impegnano, sulla murgia Materana, anche l’esercito bizantino, che, fin dal 982, con certezza, sanno di non essere in grado di affrontarli in campo aperto81; esercito bizantino che si ritira a difesa delle maggiori roccaforti lasciando loro campo libero fino alle porte di Bari (988 - 1002).

Ma torniamo a Camerata/Camarda, che, ovviamente, insieme ad Apio, Urassano, Salandra, ecc., non poteva non essere interessata dai predetti avvenimenti: essa era dunque, al tempo, così come tramanda il Lombardi nel suo coerente, se pur non comprovato, racconto, in “pertinenza di Bari”;

Di questa cittadina greco-bizantina e dei suoi costumi, i camardesi-bernaldesi del XVI secolo dovevano certamente conservare orgogliosa memoria, se deposero all’ingresso della loro Camarda-Bernauda, in corrispondenza della Porta Nord82, la seguente iscrizione:

 “O amico passegger fin qui arrivaste, Bionda Camarda greca e festeggiante, Trovi, se il passo affretti e vai più innante83,Le mura di mia madre infrante e guaste”84

 80 Al di sotto di tale ideale linea il confine si sposta verso il Basento ed il Cavone.

81 Nel 982 Saraceni e Bizantini hanno operato congiuntamente contro l’esercito di Ottone II: ne hanno quindi potuto valutare compiutamente l’efficienza e la capacità operativa. Non solamente, ma ben sanno che i bizantini da tempo hanno adottato la tattica del combattimento dall’interno delle città e delle loro fortificazioni rinunciando, per quanto possibile, agli scontri in campo aperto, al fine di massimizzare le capacità di combattimento delle loro truppe.

82 Prospiciente l’attuale piazza Garibaldi.

83 Cioè: “se entri in città”

84 (A. Giordano: Cenni Storici sulle origini e vicende di Bernalda olim Camarda - c/o Archivio Comunale di Bernalda - da tesi di laurea di Natalizia Lauriola: Vita economica e sociale in Bernalda nel primo decennio della seconda metà del ‘700 attraverso gli atti rogati dal notaio Filippo Dell’Osso nel triennio 1759/61)

 Laddove, appunto, le mura infrante e guaste sono quelle della vecchia Camarda bizantina o, secondo le ipotesi del Ricciardi e del Prof. Panunzi, di un qualche dimenticato, sconosciuto e rovinato centro magnogreco (non certamente quelle della distante Metaponto attuale). A tal proposito, un chiaro indizio ci riviene dalla visita pastorale dell’Arcivescovo di Matera Giovanni Michele Saraceno (o Saraceni)85, che a proposito di alcune chiese di Bernalda le aggettiva come ‘ruinate’, ancora nel 1544.

 

IL PERIODO NORMANNO-SVEVO, l’ANGIOINO e l’ARAGONESE

Le prime notizie, però, rinvenibili da documenti scritti, circa l’esistenza di una Camarda, casale della Contea di Montescaglioso, risalgono alla seconda metà dell’XI sec.; si legge, infatti, sulle pergamene di Castellaneta, di un tale “Guaimario della Camarda”, signore del luogo, nel 109986.

Sempre dalle pergamene di Castellaneta87, si hanno due documenti (sec. XI, anni 1095 e 1100) in cui il predetto Guaimario di Camarda compare come ‘primo testimone’ nelle donazioni fatte da Riccardo Senescalco88 a favore di alcuni monasteri benedettini89.

Ancora, Camarda, feudo è citata nel “Catalogum Baronum”90, redatto nel corso del XII secolo, in cui compare come detentore feudatario del luogo un certo Riccardo di Camarda (“Riccardus de Camarda, sicut dixit, tenet Camardam, & Ferraczanum91, quod est feudum II. militum. & cum augmento obtulit milites IV”). Questo Riccardo di Camarda detiene anche “Ingurgum” (cioè Gorgoglione), feudo questo di un milite e, con aumento, di due militi.

 

85 Presso l’Archivio Diocesano di Matera.

86 P. Alessandro Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, Napoli MDCCCIV.

87 Giovanni Guerrieri, Il Conte Normanno Roberto Siniscalco e i Monastero Benedettini in Terra d’Otranto, Trani, V. Vecchi Tipografo-Editore, 1899.

88 Senescalco: in genere, capo dell’esercito. Nella fattispecie, delle truppe del Ducato di Puglia.

89 “signum manus Guaimarii de Camarda”.

90 Il Catalogus Baronum (Catalogo dei Baroni), in sintesi, è una lista di tutti i feudatari e dei relativi possedimenti compilata per volere del primo re normanno di Sicilia Ruggero II. Secondo la datazione data dalla medievista Evelyn Mary Jamison, fu redatto tra il 1137 ed il 1145. Secondo, invece, lo studioso ed archeologo Giulio De Petra, tra il 1140 e il 1148; mentre Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169. Il Catalogo dei Baroni, successivamente, fu tenuto di volta in volta aggiornato, anche durante il successivo regno Angioino.

91 Vedremo nel prosieguo di quale feudo potrebbe trattarsi questa Ferrazzano.

 Nel 1270 Camarda era tenuta dal nobile francese Hugues d’Erard (Eraldi, Erail), castellano di Monte Sant’Angelo, infeudato da Carlo I d’Angiò a seguito della conquista del Regno (1266)92.

Negli ultimi decenni del 1300, poi, dal ‘Volume della Regia Zecca’ di Napoli93 si ha che Camarda era direttamente “tenuta e posseduta” in feudo dal conte di Montescaglioso Giovanni di Montfort94 (né qualsiasi altro Conte, Barone o feudatario possedeva diritti di alcun genere sul luogo):

 Fra le “Pergamene di Matera”96 ve ne sono alcune che la riguardano; tra queste ultime, una, datata 12 giugno 1320, ha per oggetto la vendita di una casa.

Il casale di Camarda è anche citato in altri documenti del XII secolo97 e del sec.XIII98.

Nelle tassazioni focatiche del 1277 e del 1320, il Casale compare gravato del peso, rispettivamente, di 76 e 69 fuochi99.

92 Sylvie Pollastri, ‘Gli Insediamenti di Cavalieri Francesi nel Mezzogiorno alla Fine del 13° secolo’ in: RASSEGNA STORICA DEI COMUNI - RACCOLTA – VOL. 22 – ANNO 2008 – ISTITUTO STUDI ATELLANI (da Google libri).

93 Presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (da Google libri).

94 Giovanni di Montfort-Castres (prima del 1260 – 1°.12.1300), conte di Squillace e Montescaglioso. Nel 1275 sposò Margherita, figlia primogenita di Pietro di Beaumont (+1273), che gli portò in dote la contea di Montescaglioso, con i feudi di Camarda, Pomarico, Craco, Uggiano e Montepeloso.

 

 

95 Da ‘La Guerra dei Vent’anni – Gli eserciti, le flotte, le armi della Guerra del Vespro’, di Giovanni Amatuccio, 2017: l’oncia d’oro (moneta di conto), nel periodo angioino, corrispondeva a 27 grammi di oro ed a 30 tarì (moneta di conio - grammi 0,88 di oro).

96 (G. Fortunato: Badie, Feudi e Baroni della Valle di Vitalba, a cura di T. Pedio)

97 (P. S. Tansi: Historia Cronologica Monasterii S. Michaelis Archangeli Montis Caveosi) 98 (N. Cianci Sanseverino: I Campi Pubblici di alcuni Castelli del Medio Evo in Basilicata). 99 T. Pedio; G. Sebastiani.

Da quanto sopra succintamente esposto, è certo potersi senza indugio concludere di trovarsi, comunque, di fronte a una presenza, storicamente documentata, del Casale di Camarda, insoluta nella continuità, dall’XI al XIV sec., all’inizio del quale (precisamente all’anno 1306), come è tramandato dal Tansi (op. cit.), il Casale in questione si presentava distrutto e disabitato, a seguito di un precedente evento bellico.

Distrutto, forse, ma anche disabitato?

Il dubbio è lecito e di non secondaria importanza per le tesi che qui si vanno esponendo.

La storiografia locale, che per la vicenda si rifà al Tansi, dà per scontata tale dubbia asserzione unitamente a quella della ricostruzione del Casale in un sito diverso e a distanza di quasi due secoli (come si narra, circa il 1470, per opera di Pirro del Balzo). Tuttavia dette asserzioni, per la loro chiara finalità giudiziaria, sono decisamente da confutare (non solo a causa della scontata ed interessata partigianeria del Tansi (si rammenti che il Tansi ha il sicuro interesse di tutelare gli interessi dell’Abbazia di S. Michele Arcangelo di Montescaglioso nei confronti delle rivendicazioni di varie Università, tra le quali quelle di Camarda/Bernalda).

Sappiamo, infatti, tra l’altro, che nel 1466 un forte terremoto infierì su Camarda100; ora, non si comprenderebbe e non si spiegherebbe come, da documenti o cronache, possa esser stato tramandato un evento di tal genere, se lo stesso non avesse interessato, non un centro già disabitato, sul quale nessun danneggiamento degno di memoria avrebbe potuto arrecare, ma, al contrario, un luogo, se proprio non vivo e vitale, quantomeno e comunque, ancora “abitato”.

E’ vero che Camarda non compare nella tassazione focatica del 1447, ma è altrettanto vero che molti altri centri, parimenti, in quella tassazione non compaiono; non solo, ma è da rilevarsi il fatto che, nella zona, fra i centri abitati vicini, soltanto Pisticci è tassata in misura maggiore rispetto alla precedente tassazione, mentre Metaponto, Pomarico e Montescaglioso, come pure Scanzano, Policoro e Matera, subiscono un notevole decremento.

Scompaiono del tutto, e per sempre, i Casali di Avena, Avenella e Appio.

L’intera zona, quindi, e non solamente Camarda, a seguito di calamità naturali e/o eventi bellici, dovette essere privilegiata o, in ogni caso, godette di riduzioni fiscali.

Camarda, dunque, la stessa Camarda già bizantina, normanna e dopo angioina ed aragonese, subite le conseguenze dell’evento sismico, per volontà di Pirro del Balzo, Conte di Montescaglioso, in quel momento dedito ad una politica di rafforzamento, anche dal punto di vista militare, dei propri feudi (risale, ad esempio, agli stessi anni la costruzione del nuovo e possente castello di Venosa ed il riassetto urbanistico e difensivo di quella città), fu “immediatamente” ricostruita e ridotata di consistenti opere difensive, sul modello delle “città di fondazione”, molto probabilmente anche nel rispetto (o semplicemente sfruttandolo) di ciò che rimaneva di un precedente ed analogo impianto urbanistico.

100 T. Pedio; G. Sebastiani

Il del Balzo, dunque, verso il 1470, rivitalizzò il Centro convogliandovi “circa mille101 famiglie di coloni”102 costituiti oltre che dai camardesi, già sparsi per le contrade del feudo, da altri provenienti dai casali di Avena, Avenella e Appio (o Accio)103, oltre ad altri apporti (schiavoni/albanesi), e dotandolo, lungo il perimetro urbano, già naturalmente difeso dai fossi che lo circondavano (e circondano) per la quasi totalità, di una potenziata e ragguardevole cinta muraria, munita di torri, baluardi e contrafforti; riedificandolo, secondo il caratteristico ed ancora attuale assetto urbanistico “unico nel suo genere nell’Italia meridionale”104, ad appena quattro anni dal predetto terremoto del 1466, con lo scopo di rafforzarne la funzione, strategico-militare, di controllo dell’ingresso della valle del Basento, di alcune antichissime vie naturali trasversali di penetrazione (fosso Canala, fosso Avenella) e, soprattutto, di controllo della importante direttrice di transito: Calabria - Policoro-San Basilio- (Scafa di Sant’Angelo105 o Ponte Torre Accio)- Camarda

-Pomarico o Montescaglioso - Matera - Gravina o Altamura - circuito delle vie pugliesi per Bari - Barletta - Foggia - il Vulture;

Alla morte di Pirro del Balzo, succeduta alla famosa “Congiura dei Baroni”, i beni ed i possedimenti del medesimo, rilevati dalla corona, furono assegnati a Federico d’Aragona, marito di Isabella Del Balzo (figlia del predetto Pirro), all’epoca anche principe di Taranto e, con essi, il feudo di Camarda.

Nel 1497, Federico, Re dal precedente anno, assegnò, cedendolo, il feudo di Camarda a Bernardino de Bernardo (Bernaudo), suo Segretario e fedelissimo, figura di primo piano nella Diplomazia Aragonese di quegli anni.

L’avvenimento non fu casuale, ma si inserì nel disegno politico, perseguito dalla Corona, di sostituzione, nel controllo del territorio, della vecchia nobiltà, recalcitrante e filofrancese, con una nuova, in parte di origine borghese, fedele ai regnanti aragonesi ed a questi legata da consistenti interessi soprattutto economici.

In particolare, città o borghi di una certa consistenza strategica, furono da Federico d’Aragona assegnate e/o cedute in feudo a fedelissimi dignitari di Corte.

Fu così per Camarda e, nella zona, per Matera e altri centri.

Probabilmente, tra il 1496 ed il 1503 (forse anche nel 1528), a seguito di uno scontro tra truppe spagnole e francesi, nel corso delle guerre che in quegli anni funestarono il Regno di Napoli e che culminarono prima nell’esilio di Federico, con la spartizione del Regno tra i Reali di Francia e Spagna, e poi nella cacciata dei francesi,

 101 Se la cifra di ‘mille’ famiglie di coloni è esatta, se ne deduce che il nuovo centro è stato progettato per contenere non meno di quattro/cinquemila abitanti.

102 P. S. Tansi: op. cit.

103 Sentenza della Suprema Commissione per le liti fra i Baroni ed i Comuni (Commissione Feudale di Napoli), n. 191 del 24 gennaio 1810.

104 Prof. A. Restucci: Relazione al piano particolareggiato del Centro Storico di Bernalda.

105 Si noti che, sulla scafa di S. Angelo, analoga funzione di controllo, ma in modo più diretto, era svolta dalla grancia di S.Angelo d’Avena; per il ponte di Appio sul Basento il ruolo di controllo diretto era svolto da Torre Accio.

con il conseguente declassamento del Regno di Napoli a Viceregno spagnolo, Camarda venne saccheggiata e nuovamente rasa al suolo106.

Al neo barone Bernardino de Bernaudo (ed al suo successore Consalvo Ferrante, coadiuvato fino alla maggiore età dallo zio paterno e suo tutore) spettò, dunque, di sovrintendere all’ennesima ricostruzione del borgo, che da lui cominciò a chiamarsi Bernauda”.

L’impianto urbano, come abbiamo precedentemente detto, orientate verso i solstizi, delle vie “larghe” longitudinali e vie “strette” trasversali, delimitanti isolati rettangolari aventi i lati rapportati tra loro in costante proporzione, e il sito, ovviamente, rimasero gli stessi, come testimoniato dai ruderi medievali ancor oggi visibili, che da sempre si presentano in asse con le strade principali: l’impianto originario del castello (sec. XI?), alcuni ruderi adiacenti la “Chiesa Madre” (la cui facciata pare che fosse originariamente rivolta a mezzogiorno)107, il trecentesco108 palazzo Fischetti.

I discendenti diretti, infine, di Bernardino/Berardino de Bernaudo (e di Figola/Fiola de Anna109, sua nobile consorte napoletana), Consalvo Ferrante, suo figlio110, e Cornelia sua nipote signoreggiarono su Bernauda per buona parte del 1500111.

A questo punto, fatto questo breve excursus storico sulla Camarda medievale, ci rimane da approfondire, ove possibile, la conoscenza dei feudatari citati, anche per meglio comprendere sia il suo stato giuridico che storico- amministrativo.

Guaimario di Camarda

Cominciamo, ovviamente, da Guaimario di Camarda, il quale, come già detto, da documenti scritti, compare come il più antico signore/feudatario di Camarda di cui si abbia conoscenza112:

Orbene:In primo luogo, Guaimario o Gaimario è un nome dinastico113 proprio della dinastia longobarda del Principato di Non è assolutamente un nome comune generalmente usato da persone del popolo (perlomeno, da documenti coevi non consta)114.

 106 F. Ambrosano: Historia civica di Bernalda; Apa Rododendro. Tuttavia, non è chiaro se i predetti, si riferiscano alla distruzione di Camarda citata dal Tansi o ad un nuovo evento bellico incorso nel periodo aragonese.

107 Arch. Franca Di Giorgio; Geom. Vittorio Roselli.

108 Notizia a suo tempo fornitami verbalmente dal Maestro A. Salfi.

109 Famiglia nobile napoletana aggregata al Seggio di Porto.

110 Minorenne alla morte di suo padre.

111 Per la storia di Consalvo Ferrante Bernaudo, di Cornelia e, in generale, dei discendenti diretti di Bernardino, vedasi: ‘Il barone de Bernaudo, eretico del Cinquecento, e l’infelice matrimonio di sua figlia Cornelia’, Francesco Montemurro (Autore), Cacucci, 2021.

112 Ferma restando l’insistenza di Camarda nel territorio della Contea di Montescaglioso e dei relativi conti.

113 Un nome dinastico non sempre e non necessariamente coincide col nome di battesimo e, quando questo avviene, è scelto ed assunto al momento dell’investitura

  • In secondo luogo, bisogna tener presente che nel 1095 (data della prima pergamena in cui compare il nome di Guaimario di Camarda) il Principato di Salerno, come entità statuale indipendente (e, con esso, la relativa dinastia principesca) non esisteva più, essendo stato acquisito nel 1077 dal normanno Roberto il Guiscardo, Duca115 di Puglia, Calabria e Sicilia, tra i propri possedimenti, a danno di Gisulfo II (ultimo della dinastia)116, del quale, peraltro, avendo sposato in seconde nozze sua sorella Sichelgaita, era
  • In terzo luogo, negli anni che ci interessano, nei quali sono state redatte le pergamene di Castellaneta in cui compare come primo testimone Guaimario di Camarda, non si trovano altri personaggi con il nome di ‘Guaimario’, al di fuori di Guaimario (Signore) di Giffoni117, morto nel 1114, figlio di un altro Guaimario di Giffoni (Jefuni), morto nel 1094 (entrambi sepolti nell’Abbazia benedettina della SS. Trinità della Cava)118.
  • È da tener presente, poi, che, nel periodo in questione, le contee (ovviamente, anche quella di Montescaglioso) non necessariamente avevano continuità territoriale, poiché non ancora organizzate quali distretti Per esempio: Montescaglioso, come sede di contea, era feudo titolato facente capo ad un conte (Umfredo ed i suoi diretti discendenti) e non perché (come diremmo noi oggi) capoluogo di un distretto amministrativo definito e in continuità territoriale con i suoi casali. Le contee, organizzate precipuamente secondo criteri che impropriamente (ma per meglio rendere l’idea) possiamo definire ‘distrettuali’, furono istituite, dopo il 1140, da Ruggero II d’Altavilla, fondatore del Regno di Sicilia, con il riordino delle contee stesse (soppressione di talune, creazione di altre, cambiamento dello stato giuridico dei feudatari titolari, ecc.).
  • Occorre, altresì, ancora tener presente che, dopo la morte di Roberto il Guiscardo, l’eredità Ducale passò al secondogenito Ruggero Borsa che, dopo i contrasti derivanti dalle rivendicazioni del fratellastro (primogenito) Marco Boemondo, concesse a quest’ultimo la signoria (allodiale, cioè di piena proprietà e libera da vincoli feudali nei confronti del Duca Ruggero Borsa, suo fratellastro) su alcuni territori pugliesi che oggi potremmo sostanzialmente, anche se grossolanamente119, far coincidere principalmente con le province di Taranto e Marco Boemondo, che

 

114 Per le donne della famiglia principesca, i nomi più ricorrenti, sempre di origine longobarda, erano Gaitelgrima e Sichelgaita. Una Sichelgaita, sorella di Gisulfo II, fu la seconda moglie (sposata nel 1058) di Roberto il Guiscardo.

115 Dopo la conquista di Salerno, Roberto il Guiscardo non ritenne di fregiarsi anche del titolo di Principe di Salerno, mantenendo il titolo ducale di cui fu investito a Melfi da Papa Nicolò II.

116 Figli di Gisulfo II furono Pandolfo, Guaimario (V, in quanto coreggente col padre), Landolfo, Guido e Giovanni.

117 Giffoni Valle Piana (SA), già sede di contea longobarda.

118Discorso della famiglia Giffone De’ Marchesi di Cinquefondi con le notizie della sua prima origine, e discendenze’, Dottor Francesco Ruffo, Napoli MDCCIII.

119 La descrizione precisa dei confini del Prinicipato di Taranto e le vicende successive sia storiche che geografiche dello stesso esulano dalle finalità di questo articolo.

 

in un secondo tempo, a seguito di altri eventi e dispute, ebbe signoria anche su Bari, tuttavia, aveva signoria su molti altri feudi sparsi, a macchia di leopardo anche nel leccese, in Basilicata, in Campania ed in Calabria. Feudi, su cui signoreggiavano, ora come suoi vassalli, i discendenti degli antichi proprietari (di prima, cioè, della conquista normanna). Ed è questo il caso della nostra Camarda, che era detenuta da un Guaimario (il cui nome rinvia ad una stirpe di origine longobarda) che non dipendeva dai Conti di Montescaglioso, ma da Marco Boemondo Principe di Taranto (in tale veste, dunque, Guaimario di Camarda, compare, come primo testimone, qualificandosi con un ‘cognomen toponomasticum’ nelle donazioni fatte da Riccardo Senescalco, di cui alle pergamene di Castellaneta).Da ultimo, ma non per minore importanza, necessita tener conto delle genealogie e del lignaggio dei nobili che interessano. Per esempio: l’ordine in cui compaiono i testimoni negli atti di donazione del periodo non è casuale, ma rispetta strettamente il rango sociale, l’importanza ed eventualmente il grado di parentela degli

Ebbene, ove si tenga conto di quanto suddetto, il nostro Guaimario di Camarda è certamente da identificarsi con il secondo Guaimario signore di Giffoni (+1114) che, per evidenti motivi giuridici, nelle donazioni fatte da Riccardo Senescalco si sottoscrive di Camarda, in quanto quest’ultima ricadeva, come i tenimenti del Senescalco (Castellaneta, Mottola, ecc.) nel Principato di Taranto. I testimoni, infatti, in sede di donazioni, non erano persone scelte a caso, ma, ecclesiastici a parte, signori o militi che avevano a che fare con il territorio dove i beni donati insistevano. Persone, quindi, che giuridicamente erano abilitate a testimoniare. Il nostro Guaimario, pertanto, doveva necessariamente sottoscriversi col titolo (cognomen toponomasticum) ‘di Camarda’ e non con quello ‘di Giffoni’ (Jefunii) che, peraltro, era un feudo comitale a se stante. Prova ne sia, che la qualità di primo testimone rivestita dal nostro Guaimario nelle donazioni fatte da Riccardo Senescalco ne sottolinea sia l’alto lignaggio (ovvero la diretta discendenza dai Principi di Salerno) che la consanguineità con il donante (Guaimario di Sorrento e Conte di Giffoni, padre di Guaimario di Camarda, era cugino  diretto di Riccardo Senescalco, in quanto rispettivamente figli di Guido/Guidone Duca di Sorrento e della sorella Gaitelgrima/Altrude; a loro volta, figli di Guaimario III Principe di Salerno)120.

Indizio non meno significativo ed importante, come vedremo in seguito, anche ai nostri fini, è che moglie di questo Guaimario era una tale ‘Gaitelgrima’ figlia di Mauro di Atrani.

Riccardo di Camarda

Come precedente riportato, dal Catalogo dei Baroni del Regno si ha che la nostra Camarda era ‘tenuta’ da un tale Riccardo di Camarda, unitamente ai feudi di Ferrazzano ed Ingurgum.

 120Discorso della famiglia Giffone De’ Marchesi di Cinquefondi con le notizie della sua prima origine, e discendenze’, Dottor Francesco Ruffo, Napoli MDCCIII.

 Riporto, per chiarezza, quanto già inserito nella nota n. 90 del presente lavoro: ‘Il Catalogus Baronum (Catalogo dei Baroni), in sintesi, è una lista di tutti i feudatari e dei relativi possedimenti compilata per volere del primo re normanno del Regno di Sicilia121 Ruggero II (n. 1095 – m. a Palermo1154). Secondo la datazione data dalla medievista Evelyn Mary Jamison, fu redatto tra il 1137 ed il 1145. Secondo, invece, lo studioso ed archeologo Giulio De Petra, tra il 1140 e il 1148; mentre Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169. Il Catalogo dei Baroni, successivamente, fu tenuto di volta in volta aggiornato, anche durante il successivo regno Angioino.’

Aggiungo, circa la datazione, che, nella sostanza, i predetti studiosi hanno tutti ragione: in verità, la prima stesura del ‘Catalogo’ risale agli anni ’30-’40 del XII secolo, ma il primo originale andò distrutto a seguito di una delle ribellioni nei suoi confronti dei feudatari del Regno (1155 e 1160). Detto Catalogo, domate le ribellioni, fu in seguito ricostruito sulla base delle testimonianze dirette dei feudatari o di altri testimoni all’uopo convocati presso la cancelleria del Regno e costantemente aggiornato.

Riccardo di Camarda, in sede di prima stesura (circa anni ’40 del XII secolo), testimoniò in presenza circa i suoi tenimenti ed infatti dal Catalogo si ha che:

“COMITATUS MONTIS CAVEOSIS … omissis … Riccardus de Camarda, ficut dixit, tenet Camardam, & Ferraczanum, quod eft feudum Il. militum. & cum augmento obtulit milites IV.

Item Riccardus de Camarda tenet Ingurgum, quod, ficut inuentum est in quaternionibus Curiae, est feudum I. militis. & cum augmento obtulit milites II.”

 Esame critico del documento e ragionamento circa i feudi di Camarda, Ferrazzano ed Ingurgum:

Occorre premettere che, per quanto riguarda il feudo di Ferrazzano, nel 1741, l’erudito sacerdote Francesco De Sancris, nel suo libro “Notizie Storiche di Ferentino nel Sannio – al presente la terra di FERRAZZANO122 in provincia di Capitanata – raccolte dal Sacerdote Francesco De Sanctis suo cittadino – in Napoli MDCCXLI presso Gianbattista di Biase”, identificava detto feudo appunto con l’attuale comune di Ferrazzano.

Altri, anche di recente, per la semplice (ma non probante) vaga assonanza del toponimo hanno ‘supposto’ potersi trattare del comune di Ferrandina.

Tuttavia, né l’una né l’altra ipotesi risultano sorrette da prove cogenti.

Ci affidiamo, pertanto, al testo del documento in esame, la cui traduzione letterale dei precedenti passi del Catalogo, ci restituisce:

 121 Prima proclamazione del Regno avvenuta da parte dell’Antipata Anacleto II con bolla del 27 settembre 1130.

122 Oggi Comune di Ferrazzano in provincia di Campobasso.

<Riccardo di Camarda, come dichiarò123, tiene124 ‘Camarda e Ferrazzano’, che è (un) feudo di 1 milite e, con aumento, offrì125 2 militi.

Inoltre, Riccardo di Camarda tiene ‘Ingurgum’ che, come è trovato nei Registri della Curia (Cancelleria), è feudo di 1 milite e, con aumento, offrì 2 militi>.

Il testo è chiaro e non si presta a dubbi: Camarda e Ferrazzano, stante il verbo essere coniugato al singolare126, costituiscono un unico feudo sito nella contea di Montescaglioso! Né può essere interpretato nel senso che il peso dei militi indicati possa essere riferito al solo feudo di Ferrazzano, poiché, in tal caso, sarebbe stato indicato, separatamente o cumulativamente, anche il peso relativo al feudo di Camarda.

Per quanto detto, se ne deduce, in modo chiaro, che Ferrazzano altro non è che un secondo nome di Camarda e molto probabilmente il toponimo del villaggio, distinto da quello del centro fortificato.

E’ alquanto interessante, ai nostri fini, il periodo cui riporta l’etimologia del toponimo Ferrazzano, che in un caso (Derivazione dal nome latino di persona ‘Farracius’ con l'aggiunta del suffisso ‘anus’, cioè cerchio e in toponomastica ‘luogo chiuso’, ‘villaggio’, ecc.), riporta al periodo tardo imperiale intorno alla caduta dell’impero romano, ed in un altro (longobardo ‘fara’ più suffisso ‘anus’: il termine ‘fara’ indica uno dei corpi di spedizione in cui si divideva il popolo longobardo durante gli spostamenti, in genere coincidente con un gruppo parentale avente un antenato in comune. I longobardi scesero in Italia e vi si distribuirono raggruppati appunto in ‘fare’. Il termine passò a designare anche insedimenti sorti sul terreno assegnato a delle ‘fare’, ed è conservato come etimo in numerosi toponimi composti), riporta al periodo longobardo. La qualcosa, grossomodo, riporta al periodo altomedievale cui rinvia anche il toponimo ‘Camarda’.

Di più difficile identificazione ed ubicazione risulta essere il feudo rustico di ‘Ingurgum’, il cui etimo suggerirebbe l’allocazione in luogo vallivo caratterizzato da un corso d’acqua (dal vocabolo latino gurgĕs, gurgitis – gorgo, vortice, mare, acque, fiume, ecc. – e pertanto, in forma medievalizzata e popolare, ‘in-gurgum’ col significato di luogo sul fiume o sul gorgo-vortice. Da supporsi ed identificarsi, postulando la contiguità con Camarda/Ferrazzano, nell’attuale vallata della Canala, se non con qualche luogo sul Basento.

123 ‘dixit’ (tradotto: disse, affermò, dichiarò, ecc.) è voce del verbo dīco, dīcis, dixi, dictum, dīcĕre (dire, affermare, dichiarare, ecc.), III pers. singolare, tempo perfetto.

124 ‘tenet’ (tradotto: tiene, possiede) è voce del verbo tĕnĕo, tĕnes, tenui, tentum, tĕnēre (tenere, possedere, ecc.), III pers. singolare, tempo presente.

125 ‘obtulit’ (tradotto: offrì) è voce del verbo offĕro, offĕrs, obtuli, oblatum, offĕrre (offrire, ecc.), III pers. singolare, tempo perfetto.

126 In altri casi che per brevità non si riportano, nel Catalogo, quando nella stessa annotazione sono nominati più feudi, il verbo è coniugato al plurale. Ad es.: “Herbertus filus Herberti de Craco tenet cum terra sua Cracum, & Gagnanum, quod, sicut inventum est in quaternionibus Curiae, ‘suntfeuda IV. militum, & in duplo VIII”

 Riccardo di Camarda: ipotesi di identificazione

Abbiamo precedentemente visto come a cavallo del 1100 compare feudatario di Camarda un ‘Guaimario di Camarda’ che abbiamo identificato con il secondo Guaimario di Giffoni (+1114), figlio del primo (+1094), della stirpe dei Principi di Salerno ed imparentati con gli Altavilla.

Costoro, al pari di altri discendenti dell’antica nobiltà longobarda, per via ereditaria o per matrimoni, detenevano una varietà di feudi sia rustici che nobili sparsi per l’Italia meridionale, asseverati al diritto ed alle consuetudini longobarde che successivamente all’avvento della signoria normanna e precipuamente dopo la proclamazione del Regno con Ruggero II, subirono, a seguito della riorganizzazione amministrativa, con l’esproprio (incameramento al regio demanio) e la riassegnazione a titolo feudale a vecchi e nuovi titolari, l’asseveramento al nuovo ordinamento legislativo ed alle consuetudini normanne127, ivi compreso l’assunzione di un vero e proprio ‘cognomen toponomasticum’. Quello cioè che per l’aristocrazia longobarda era genericamente un aggettivo indicante nei documenti la qualificazione del titolo a cui si interveniva nei rogiti, secondo le nuove consuetudini, divenne in molti casi un vero e proprio cognome di famiglia128. Anche i nomi propri di persona, per via soprattutto di matrimoni misti, evolsero nel senso di subire l’influenza normanna e l’adozione di nomi propri della nuova genia (ad esempio: Richard o Riccardo ed altri).

Abbiamo pure visto come nei decenni successivi e precisamente nei decenni dal 1140 circa a circa il 1170, il nostro feudo era in potere di ‘Riccardo di Camarda’.

Chi fosse costui ed a quale titolo ne era divenuto titolare non è possibile stabilirlo con esattezza, causa la mancanza di altri documenti. Si deve ricorrere pertanto ad ipotesi che, pur se basate a partire da fonti certe, non sono verificabili, ma che possono comodamente trovare posto in questo scritto a carattere prevalentemente divulgativo e senza eccessive o ferree pretese storiografiche e saggistiche, ma volto a suscitare interesse e auspicabilmente nuove discussioni e ricerche.

Ma veniamo al dunque: Il nostro Riccardo di Camarda titolare del feudo negli anni quaranta del XII secolo potrebbe benissimo essere figlio di Guaimario di Camarda, ove si postuli la data di nascita a prima del 1114 (come personalmente sono portato a credere), mentre se si posticipasse detta data ne risulterebbe nipote.

Al contempo, se si dovesse invece attribuire al personaggio una discendenza normanna, si dovrebbe postulare un matrimonio con una figlia (più probabilmente) o con una nipote del predetto Guaimario di Camarda.

Ma si potrebbe ipotizzare qualcosa di più su questo Riccardo? Se si lavora di fantasia, però sempre partendo da indizi labilissimi ma documentati, la risposta è ovviamente affermativa. Ma andiamo per ordine:

Il primo indizio ce lo fornisce l’Abate Giovan Battista Pacichelli, nel suo conosciutissimo “Il Regno di Napoli in Prospettiva, diviso in Dodeci Provincie; Napoli, 1702”. Ivi infatti, Camarda è nominata anche ‘Camandra’. In verità, lo scrivente ha

127 Causa questa non secondaria delle successive ribellioni al potere centrale.

128 Al riguardo, anche, di Enrico Cuozzo: ‘L’antroponimia aristocratica nel Regnum Siciliae. L’esempio dell’Abruzzo nel Catalogus Baronum (1150-1168), in Mélanges de l’école francaise de Rome/année/1994.

 

sempre pensato ad un plausibile errore di stampa, ma tuttavia tale toponimo è ripetuto due volte e contemporaneamente al toponimo ‘Camarda’; il che presupporrebbe la precisa intenzione di riportare il toponimo nelle due versioni conosciute dal suddetto autore. Che il buon Pacichelli abbia voluto suggerirci qualcosa?

Quindi, per il seguito, teniamo a mente questo toponimo di Camandra.

Bisogna, poi, tener conto del fatto che nel Catalogo dei Baroni del Regno sono riportati altri due personaggi recanti il cognomen toponomasticum ‘di Camarda’: Trasmondo di Camarda e Guglielmo di Camarda, i quali, in mancanza di altri riferimenti documentari, debbono collegarsi al nostro Riccardo di Camarda, in quanto con tutta probabilità, il primo da considerarsi fratello ed il secondo nipote. In ogni caso, strettamente apparentati con Riccardo. Questo Trasmondo e Guglielmo risultano possessori di feudi tra l’Abruzzo ed il Molise e precisamente nelle contee di Penna e del Molise. Anche questo collegamento della famiglia ‘di Camarda’ con l’Abruzzo ed il Molise ci tornerà utile nel prosieguo dell’indagine.

Ciò detto, vi è un personaggio del quale, sia pure di grande rilievo del periodo, si conosce poco relativamente alla discendenza. Si tratta di ‘Riccardo di Mandra’, già connestabile (generale)129 dell’esercito di Roberto di Loritello (quest’ultimo tra i capi delle rivolte nel Regno di Sicilia), che in tale veste di comandante dell’esercito di detto Roberto (e quindi tra le fila dei ribelli nel 1156) venne sconfitto ed imprigionato a Palermo.

Tuttavia, successivamente liberato, ebbe modo, nel marzo del 1161, di salvare la vita al re Guglielmo I detto il Malo e, in questo modo, guadagnatone la fiducia, fu da questi nominato Connestabile della guardia regia.

Successivamente alla morte di Guglielmo I il Malo, dalla Regina reggente per conto del figlio minorenne Guglielmo II il Buono, Riccardo di Mandra fu fatto Cancelliere del Regno e Conte del Molise.

Di Riccardo di Mandra, in effetti, oltre alle notizie succintamente suddette, si sa con (relativa) certezza solamente che ha sposato una ‘Gaitelgrima130 e che è morto nel 1170131.

Orbene, alle supposizioni ed ai dubbi degli autorevolissimi medievisti che hanno affrontato il tema, ci permettiamo, nel nostro piccolo, di formulare l’ipotesi che ‘Mandra’ non sia il toponimo della sperduta (feudo non nobile) e pressoché sconosciuta località individuata da E. M. Jamison tra Avellino e Foggia, ma corrisponda ad una errata trascrizione (probabilmente dovuta ai guasti del manoscritto

 129 Cronica di Romualdo Guarna Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), versione didel Re. – Cronica di Falcone Beneventano (Falconi Beneventani Chronicon), versione di Stanislao Butti. – Pseudo Ugo Falcando, De Rebus Circa Regni Siciliae Curiam Gestis * Epistola ad Petrum de Desolatione Siciliae, edizione critica, traduzione e commento di Edoardo D’Angelo, ISTITUTO STORICO ITALIANO PER IL MEDIO EVO.

130 In verità, da un documento del 1182/83 di Santa Maria del Gualdo nel quale compare Gaitelgrima come contessa di Molise, non pare vi sia cenno al fu Riccardo di Mandra quale suo consorte. Tuttavia, per il titolo di contessa del Molise, si suppone che detenesse la contea per conto del figlio minorenne Ruggero. Supposto figlio, questi, di Riccardo di Mandra e della medesima Gaitelgrima.

131 Per una rapida conoscenza del personaggio: https://www.treccani.it/enciclopedia/riccardo-di-mandra_%28Dizionario- Biografico%29/

 originale o alla difficoltà di sciogliere correttamente l’abbreviatura latina) di ‘Camandra’ ovvero ‘Camarda’. Il che, consentirebbe agevolmente l’accostamento del personaggio, in qualità di figlio o di genero, a quel Guaimario di Camarda di cui si è precedentemente parlato. A ciò portando anche la ricorrenza nei documenti del nome Gaitegrima132 e il toponimo Camandra riportato dal Pacichelli.

Curiosamente, alle mie stesse conclusioni, deve essere arrivato, e ben prima di me, lo scrittore inglese Barry Unsworth133 che, nel suo ‘romanzo’ storico “La donna del rubino (titolo originale: The Ruby in her Navel, 2006)” ambientato alla corte di re Ruggero II nella Sicilia del XII secolo, introduce un personaggio (testualmente: Richard of Bernalda) che non può che scaturire dall’identificazione di Riccardo di Mandra, storicamente attestato alla corte normanna, con Riccardo di Camarda, non attestato a corte, essendo il medesimo autore consapevole del fatto che Camarda non è altro che il toponimo del casale precedente l’attuale Bernalda.

Da tener in conto, ai fini dell’identificazione anche il fatto che Riccardo di Mandra (o Camarda) non parlava il francese134, che era la lingua di corte. Sintomo ovvio che l’ascendenza era longobarda dei principi di Salerno. Fatto questo che lo rendeva estraneo ed inviso a buona parte della nobiltà normanna.

Oltretutto, le notizie sul di Camarda e sul di Mandra risultano francamente contemporanee, così come pure la scomparsa di entrambi dalle fonti documentarie intorno al 1170 (data di morte di Riccardo di Mandra/Camarda).

Per concludere sul punto, appare evidente come attraverso i pochi documenti disponibili, dal punto di vista giuridico, Camarda, come tutti i feudi nel meridione d’Italia, sia passata dalla detenzione di tipo allodiale (piena proprietà) da parte dei discendenti dei possessori di stirpe longobarda alla concessione di tipo feudale (acquisizione da parte del demanio regio e riassegnazione vs il pagamento di un tributo generalmente di tipo militare) vero e proprio, secondo il costume normanno.

Successivamente a Riccardo di Camarda/Mandra, non risultano altri feudatari/suffeudatari di Camarda, che, in tutto e per tutto, dal 1170 e fino all’infeudamento di Bernardino de Bernaudo (1496) segue le vicende istituzionali ed amministrative della contea di Montescaglioso135, come gli altri ‘casali’ del distretto.

132 Gaitelgrima di Sorrento, Gaitelgrima di Atrani e, da supporsi, una Gaitelgrima di Camarda, moglie (anche cugina o comunque parente) o sorella di Riccardo di Camarda (o di Mandra).

133 Barry Unsworth (Wingate, 10 agosto 1930 – 5 giugno 2012) autore di numerosi romanzi storici di successo internazionale.

134 Compendio della Storia di Sicilia di Pietro Sanfilippo Canonico della Metropolitana Chiesa di Palermo, Settima edizione, Palermo, 1839, p. 154.

135 Sebbene ancora in fase di ricostruzione, pubblico di seguito l’elenco dei Conti di Montescaglioso, a partire da Unfredo, atteso che, per forza di cose, a partire dagli anni ’50 del XII secolo, Camarda, con i medesimi, ha avuto a che fare. Nel ricostruire la successione dei Conti predetti, mi sono avvalso, in particolare (ma non solamente), dell’articolo di Garufi

  1. A. (‘Per la storia dei secoli XI e XII’ in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, anno IX – Fascicolo I, 1912) e dell’opera già più volte citata di P. Serafino Tanzi (Historia Cronologica Monasterii S. Michaelis Archangeli Montis Caveosi):
  • Unfredo (marito di Beatrice), dal 1078 al 1093
  • Rodolfo Maccabeo (marito della contessa Emma figlia di Ruggero I il Gran Conte), dal 1099 (?) al 1110 (?)
  • Emma, vedova di Rodolfo e suo figlio Ruggero Maccabeo
  • Ruggero Maccabeo, fino al 1114
  • Roberto, dal 1114 al 1124 (insicuro)
  • Demanio Regio (Ruggero II re di Sicilia)
  • Goffredo di Lecce conte di Montescaglioso, dal 1152 al 1156
  • Demanio Regio
  • Rodrigo/Enrico Garzia di Navarra, dal 1166 al 1168
  • Demanio Regio
  • Ugo de Maccla (attestato nel 1195)
  • Demanio Regio
  • Gualtiero di Brienne e sua moglie Albiria, dal ? al ?
  • Jocopo/Giacomo Sanseverino (attestato nel 1220) e sua moglie Albiria, già vedova di Gualtiero di Brienne
  • Demanio Regio
  • Manfredi di Svevia, dal dicembre 1250 al 1052
  • Bertoldo di Hohemburg e sua moglie Isolda/Isotta Lancia, dal 1052 (circa) al 1254
  • Demanio Regio
  • Roberto d’Artois, dal 1266 al… ?
  • Pietro di Beaumont, dal…?
  • Demanio Regio
  • Margherita di Beaumont (figlia di Pietro) e suo marito Giovanni di Montfort-Castres, dal 1275 al 1° dicembre 1300
  • Margherita di Beaumont (vedova di Giovanni di Montfort), dal 1° dicembre 1300 al 1302
  • Margherita di Beaumont ed il suo secondo marito Roberto di Dreux, dal 1302 al 1307
  • Pietro d’Angiò (detto Tempesta), dal 1307 al 1308
  • Bertrando del Balzo, dal 1308 al 1351
  • Francesco I del Balzo, dal 1351 al 1422
  • Guglielmo del Balzo, dal 1422 al 1444
  • Francesco II del Balzo, dal 1444 al 1482
  • Pietro (detto Pirro), dal 1482 al 1491
  • Federico II d’Aragona (ultimo re Aragonese) e sua moglie Isabella del Balzo (figlia di Pirro), dal 1491 al 1501

 La guerra dei Vespri siciliani (1282 – 1302): Camarda, gli eventi bellici, l’abbandono del sito

Nell’ultimo ventennio del XIII secolo, la Calabria, il Metapontino e parte della Puglia furono tormentate dalle vicende relative alla cosiddetta guerra dei Vespri siciliani, combattuta tra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia.

A proposito della Contea di Montescaglioso e degli interessi dell’Abbazia di San Michele Arcangelo, il Tanzi, per il periodo immediatamente successivo alla pace di Caltabellotta (accordo firmato il 31 agosto 1302 fra Carlo di Valois, capitano generale di Carlo II d’Angiò, e Federico III d’Aragona), a cavallo tra gli anni 1302 e 1310, descrive136 le vicende relative ai contenziosi intervenuti tra 

 136Leo autem Abbas, cum novum Comitem pluribus officiis devinxisset, & Margarithae esset jam pridem acceptissimus, facilè ab iis rescripta impetravit anno 1304, quibus incolas Camardae aliquibus Avinellae latifundiis inhiantes, officio contineret; Bajulos Montis Caveosi à molestiis hominibus S. Salvatoris, & Avinellae inferendis, deterreret, & factiosorum temerariam calumniam comprimeret, qui comitibus detulerant, Viridarium Monasterio adjacens, & quod diù Abbates tenuerant, ad curiam spectare, Comites enim edito scripto, omne jus, si quod esset, abdicarunt, & viridarium imposterum Monachis liberè, uti anteà, possidendum dimisere.

Hisce etiam diebus grave negotium Leoni facesserant equites Hospitalarii, quos jàm diù latifundiis donaverat in Castro Turris Maris Emma Comitissa. Causabantur enim, Abbatem fines casalium S. Salvatoris & Avinellae longiùs protulisse, & magnum terrae tractum Ecclesia S. Crucis eorum ditionis occupasse. Et quia, ut res componeretur, plures frustrà habiti fuerant tractatus, frustraque nonnulli electi, qui ex arbitrio decernerent, tandem hoc anno 1306 Robertus de re, ut ejus praestantem nobilitatem, & insignia decora summis veluti labiis attingam.”

Drocis, Caveosi, & Squillacii Comes, à F. Joselmo de Tornello Priore S. Domus Hospitalis Baruli, & à Leone Abbate Judex statuitur, qui loca adiens jurgiis obnoxia, privilegiorumque verba, antiquiorum testimonio, & fama adstipulante excutiens, certos limites statuit, intrà quos quilibet suos fundos pacificè imposterùm teneret.

Hoc autem eodem anno, vel principio sequentis Margaritha Belmontia improlis decessit, & Caveosanus Comitatus regii juris factus, Petro Gravina Comiti, ex Filiis Caroli II decimo loco nato, cui Tempestas agnomen erat, donatur; eo verò Comite, controversia de finibus Avinellae, Roberti Diocensis autoritate jam composita, recruduit; quare Leo quietis, & pacis amans, à Roberto Calabriae tunc Duce, & post biennium Rege, rescriptum impetravit, quo Justitiarius jubetur terminis lapideis circumscribere confinia casalis Avinellae, & Camardae, ne alia subesset jurganti occasio. Camarda autem cum ignobilis Pagus tunc esset, in Caveosano discrictu situs, bellorum incursu, aeriscque intemperie deindè omninò desertus, postmodum à Pyrro Baucio Caveosano Comite circà annum 1470 iterum factus est frequens, pluribus rusticis accitis ad fundos illos excolendos. Verùm paulòpost Camardenses veriti, ne eadem aeris gradevolentia brevi incolae consumerentur, Bernardi de Bernaudo eorum Domini auctoritate sedes mutarunt, & Pagum à Camarda non valdè dissitum, ubi aere non adeò insalubri utuntur, aedificarunt, Bernaldam appellant.

Sequenti anno 1308 Petrus Tempestas Synuessa, ac Surrenti Comitatu à Carolo Patre muneratus, Caveosanam Dynastiam, tunc temporis terras Pomarici, Ogiani, Camardae, Craci, & Montis Pelusii complectentem, Bertrammo de Baucio sororio suo resignavit, ei namque Carolus Secundus Rex jàm filiam desponderat Beatricem, Azonis Ferrariensis Comitis viduam, ad id allectus, ut fassus est, tum egregia Juvenis indole, tum etiam praeclaris meritis Familiae; quae quia nostro Monasterio innumera, aeternùmque duratura contulit beneficia, jure videtur exposce , ut ejus praestantem nobilitatem, & insignia decora summis veluti labiis attingam.

il Monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso ed i cittadini di Camarda per i feudi di l’Avinella e S. Salvatore, oltre che con l’Ordine dei Cavalieri Ospitalieri di Bari per i tenimenti di Torre di Mare ed altre situazioni concernenti l’attività dei Baiuli di Montescaglioso ed il possesso di un giardino adiacente all’Abbazia.

È opportuno, in proposito, accennare ad un interessantissimo articolo137 magistralmente redatto dalla dott.ssa Donatella Gerardi, nel quale, si dimostra come l’attività di falsificazione delle pergamene relative alle donazioni fatte dai conti normanni di Montescaglioso a favore del Monastero di S. Michele Arcangelo si è svolta sostanzialmente nei primi decenni del XIII secolo (1200), al fine di fraudolentemente legittimare l’attività predatoria dai monaci svolta nel corso del precedente XII secolo (1100).

Non a caso, quindi, i primi contenziosi documentati risalgono agli ultimi anni del 1200 ed a seguire ai primi anni del 1300 e nel corso dei secoli successivi.

Ritengo opportuno, a questo punto, ai fini di un’analisi accurata, trascrivere integralmente la traduzione dei passi della cronaca del Tanzi, così come dallo scrivente elaborata, cercando di mantenerla quanto più aderente possibile al testo (vedi nota) originale:

L'abate Leone poi, avendo vincolato il nuovo Conte138 con diversi impegni ed essendo già in precedenza molto gradito a Margherita139, facilmente nell'anno 1304 ottenne da questi rescritti, con i quali contenere d'ufficio gli abitanti di Camarda, che miravano ad alcuni latifondi di Avinella, scoraggiare i Bajuli di Montescaglioso dall'infliggere molestie agli uomini di S. Salvatore e Avinella e impedire la temeraria

137 DONATELLA GERARDI: Intorno all' attività di falsificazione nel monastero di Montescaglioso: spunti di indagine [con appendice documentaria], in ARCHIVIO STORICO PER LA CALABRIA E LA LUCANIA ANNO LXXVIII [2012].

138 Si tratta di Roberto di Dreux che aveva sposato Margherita di Beaumont, già vedova di Giovanni di Montfort.

139 Margherita di Beaumont.

 calunnia dei faziosi, i quali avevano denunziato che il giardino adiacente al Monastero e che a lungo gli Abati avevano tenuto, spettava alla Curia; i Conti infatti, con editto scritto, rinunciarono ad ogni diritto, se alcuno ve ne fosse e consentirono che il giardino fosse da possedere ai monaci, come prima, liberamente.

In quei giorni anche i cavalieri Ospitalieri, ai quali già da lungo tempo la contessa Emma140 aveva donato latifondi nel castello di Torre Mare, avevano messo in atto un grave contrasto (contenzioso) con Leone. Sostenevano infatti che l'Abate avesse esteso più lontano i confini dei casali S. Salvatore ed Avinella e avesse occupato un grande tratto di terra della Chiesa di Santa Croce di loro giurisdizione. E poiché, affinché fosse composta la disputa, numerosi trattati erano stati considerati inutili ed alcuni vanamente scelti, in quanto deliberavano erroneamente, finalmente, in quell'anno 1306, da Joselmo (Anselmo) de Tornello, priore della S. Casa degli Ospitalieri di Bari, e dall'Abate Leone viene (venne) decretato (nominato) giudice Roberto di Dreux conte di Montescaglioso e Squillace, il quale visitando i luoghi soggetti a contese ed esaminando gli attestati dei privilegi, per antiche testimonianze e con la garanzia della propria reputazione, stabilì confini certi, entro i quali ciascuno tenesse i propri fondi pacificamente per l'avvenire.

In quello stesso anno poi o all'inizio del seguente Margherita di Beaumont morì senza figli e la contea di Montescaglioso, fatta di diritto regio, venne affidata al conte di Gravina Pietro, che aveva il soprannome Tempesta, decimo dei figli di (re) Carlo II d’Angiò. In vero, con (al tempo di) questo conte, si riaprì la controversia sui confini di Avinella, già definita per autorità del conte Roberto (di Dreux); per la qual cosa Leone, amante della quiete e della pace, implorò da Roberto (d’Angiò) di Calabria, allora Duca e dopo due anni Re, un rescritto con il quale si imponeva che il Giustiziere definisse con limiti di pietra i confini dei casali di Avinella e Camarda, affinché non sorgesse altra occasione di disputa. Camarda poi, essendo allora (quindi nel 1307, secondo il Tanzi) un rustico villaggio (non nobile), sito nel distretto caveosano (nella contea di Montescaglioso), prima per incursioni belliche e poi per aria malsana del tutto abbandonato, fu (il villaggio) in seguito, nel 1470 circa, di nuovo popolato da Pirro del Balzo, conte di Montescaglioso, con moltissimi contadini raccolti per coltivare quei fondi. In verità, poco dopo, i camardesi, temendo che per la stessa insalubrità dell'aria in breve gli abitanti potessero ammalarsi, cambiarono sedi per autorità del loro Signore Bernardo de Bernaudo e costruirono un villaggio non molto lontano da Camarda e (che) chiamano Bernalda, dove godere di un'aria non tanto insalubre.

Nell'anno seguente 1308 Pietro Tempesta, ricevute in regalo Sinuessa e la contea di Sorrento dal padre Carlo (re Carlo II d’Angiò), rinunciò alla Dinastia (Contea) Caveosana, allora comprendente i territori di Pomarico, Uggiano, Camarda, Craco e Monte Peloso (Irsina), a suo cognato Bertrando del Balzo , cui il re Carlo II aveva già promessa in sposa sua figlia Beatrice, vedova del conte Azzone di Ferrara (Azzo VIII d’Este), a ciò indotto, come disse, sia dalla egregia indole del giovane che anche dagli illustri meriti della famiglia; la quale, poiché conferì al nostro Monastero benefici innumerevoli ed eterni, sembra richiedere a buon diritto che io tocchi (parli), per così dire, con le parole più elevate la (della) sua insigne nobiltà ed eminenti virtu'.

 140 Emma d’Altavilla, figlia di Ruggero I (detto il Gran Conte) e moglie di Rodolfo Maccabeo.

 Come si vede, il Tanzi ci fornisce uno spaccato del tempo davvero interessante sotto diversi profili (territoriale, politico, militare ed economico):

In primo luogo, ci descrive la consistenza territoriale della Contea di Montescaglioso, la cui circoscrizione nel 1308 comprendeva, oltre che ovviamente il territorio del capoluogo, i territori di Pomarico, Uggiano, Camarda, Craco e Monte Peloso (Irsina). 

Ci informa quindi dell’esistenza in Montescaglioso di una ‘fazione’ politica insofferente ai monaci abbaziali ed alla loro spavalda voracità nell’acquisizione di beni persino di proprietà della curia comitale.

Che poi, nell’esercizio di acquisizioni ed usurpazioni di diritti e feudi l’Abbazia proprio non guardava in faccia a nessuno, il Tanzi ce lo riporta con il descrivere minuziosamente le vicende legate al contenzioso con l’Ordine degli Ospitalieri della Casa di Bari.

Per quanto riguarda la nostra Camarda, si evince che, come per gli Ospitalieri, i contenziosi per l’Avinella risalgono nientedimeno che al XIII secolo e probabilmente, secondo quanto si può dedurre dall’analisi dei falsi fatta dalla Gerardi (vedi nota), addirittura al XII.

Dal Tanzi, abbiamo ancora notizia di eventi bellici che hanno interessato l’abitato di Camarda. A tal proposito, occorre sottolineare che l’Abate parla di questi accadimenti, sì per dimostrare che nel 1307 o comunque negli anni tra il 1302 ed il 1308 il ‘pagus’ era disabitato, ma facendo risalire gli eventi ad un periodo precedente (Camarda autem cum ignobilis Pagus tunc esset, in Caveosano discrictu situs, bellorum incursu, aeriscque intemperie deindè omninò desertus); in più, usando il plurale ad indicare che gli eventi bellici erano stati più d’uno e pertanto almeno due.

Come inquadrare, dunque, temporalmente tali eventi?

È noto che nel 1302, con la pace di Caltabellotta, si concluse la prima fase della cosiddetta guerra dei Vespri siciliani.

Sappiamo, inoltre, dal Prof. Berardo Pio141 [in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 76 (2012)] che, a cavallo tra il 1286 ed il 1287, Giovanni di Montfort (marito di Margherita di Beaumont e conte di Montescaglioso dal 1275 al 1300, anno della sua morte), nominato il 6 gennaio 1285, da Carlo II d’Angiò, Capitano Generale del Regno, testualmente: “costrinse gli aragonesi ad abbandonare Taranto, pose il suo quartier generale a Pisticci e riprese il controllo della pianura ionica”. Se, pertanto, ci fu una ‘riconquista’ da parte degli Angioini, ovvio che questa era stata preceduta da una conquista da parte degli Aragonesi. È pertanto giustificato il plurale usato dal Tanzi a proposito degli episodi guerreschi riferiti a Camarda.

 141 Berardo Pio, Professore associato, Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Settore scientifico disciplinare: M-STO/01 STORIA MEDIEVALE.

Secondo il Tanzi, pertanto, tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300, Camarda risultò abbandonata dalla popolazione anche a seguito di una pestilenza142 (prima per incursioni belliche e poi per aria malsana del tutto abbandonato) succeduta agli eventi bellici.

Tuttavia, l’affermazione del Tanzi circa il totale spopolamento del casale di Camarda all’anno 1307, appare contraddetta dal medesimo nello stesso brano precedentemente riportato, col citare implicitamente l’atto di concessione del 1309143 della contea di Montescaglioso di Carlo II d’Angiò a favore di Bertrando del Balzo.

In verità, per quanto già precedentemente esposto, è certo potersi concludere di trovarsi di fronte a una presenza storicamente documentata del Casale di Camarda, insoluta nella continuità, dall’XI al XIV secolo. Risalgono, infatti, all’ultimo decennio dell’XI secolo; il casale di Camarda è successivamente citato in documenti del XII secolo144 e del sec. XIII145; ancora, Camarda è mentovata nel “Catalogum Baronum” e fra le “Pergamene di Matera”146 ve ne sono alcune che la riguardano. Tra queste ultime, una, datata 12 giugno 1320, ha per oggetto la vendita di una casa.

Nelle tassazioni focatiche, inoltre, del 1277 e del 1320, il Casale compare gravato del peso, rispettivamente, di 76 e 69 fuochi147.

Sappiamo, infine, che nel 1466 un forte terremoto infierì su Camarda148: ora, non si comprenderebbe e non si spiegherebbe come, da documenti o cronache, possa esser stato tramandato un evento di tal genere, se lo stesso non avesse interessato, non un centro già disabitato, sul quale nessun danneggiamento degno di memoria avrebbe potuto arrecare, ma, al contrario, un luogo, se proprio non vivo e vitale, quantomeno e comunque, ancora “abitato”.

E’ vero che Camarda non compare nella tassazione focatica del 1447, ma è altrettanto vero che molti altri centri, parimenti, in quella tassazione non compaiono; non solo, ma è da rilevarsi il fatto che, nella zona, fra i centri abitati vicini, soltanto Pisticci è tassata in misura maggiore rispetto alla precedente tassazione, mentre Metaponto, Pomarico e Montescaglioso, come pure Scanzano, Policoro e Matera, subiscono un notevole decremento.

Scompaiono del tutto, e per sempre, i Casali di Avena, Avenella e Appio.

L’intera zona, quindi, e non solamente Camarda, a seguito di calamità naturali o eventi bellici, dovette essere privilegiata o, in ogni caso, godette di riduzioni fiscali.

Camarda, dunque, la stessa Camarda già bizantina, normanna e dopo angioina ed aragonese, subite le conseguenze dell’evento sismico, per volontà di Pirro del Balzo, Conte di

 142 Nel Medioevo con il vocabolo ‘peste’ si definivano molti tipi di malattie con carattere di epidemicità e alto tasso di mortalità (quali il colera, il tifo, il morbillo, il tifo, il morbillo, il vaiolo e, nel caso di Camarda, più probabilmente un’epidemia malarica).

143 Vedi citazione in estratto a p. 4 e relativa nota n. 9.

144(P. S. Tansi: Historia Cronologica Monasterii S. Michaelis Archangeli Montis Caveosi) 145(N. Cianci Sanseverino: I Campi Pubblici di alcuni Castelli del Medio Evo in Basilicata). 146(G. Fortunato: Badie, Feudi e Baroni della Valle di Vitalba, a cura di T. Pedio)

147(T. Pedio; G. Sebastiani).

148T. Pedio; G. Sebastiani

Montescaglioso, in quel momento dedito ad una politica di rafforzamento, anche dal punto di vista militare, dei propri feudi (risale, ad esempio, agli stessi anni la costruzione del nuovo e possente castello di Venosa ed il riassetto urbanistico e difensivo di quella città), fu “immediatamente” ricostruita e ridotata di consistenti opere difensive (e non è aprioristicamente da escludersi nel rispetto di ciò che rimaneva di un precedente ed analogo impianto urbanistico).

Il del Balzo, dunque, verso il 1470, rivitalizzò il Centro convogliandovi “circa mille famiglie di coloni”149 (Se la cifra di mille famiglie di coloni è esatta, se ne deduce che il nuovo centro fu progettato/attrezzato per contenere non meno di quattro/cinquemila abitanti), presumibilmente provenienti anche dai casali di Avena, Avenella e Appio, e dotandolo, lungo il perimetro urbano, già naturalmente difeso dai fossi che lo circondavano, di una potenziata e ragguardevole cinta muraria, munita di torri, baluardi e contrafforti; riedificandolo/restaurandolo, secondo il caratteristico ed ancora attuale assetto urbanistico “unico nel suo genere nell’Italia meridionale”150, ad appena quattro anni dal predetto terremoto del 1466, con lo scopo di rafforzarne la funzione, strategico-militare, di controllo dell’ingresso della valle del Basento, di alcune antichissime vie naturali trasversali di penetrazione (fosso Canala, fosso Avenella) e, soprattutto, di controllo della importante e secolare direttrice di transito: Calabria- Policoro -San Basilio - (Scafa di

 149P. S. Tansi: op. cit.

150 Prof. A. Restucci: Relazione al piano particolareggiato del Centro Storico di Bernalda.

Sant’Angelo151 o Ponte Torre Accio) - Camarda (Bernalda) - Gravina - circuito delle vie pugliesi per Bari – Minervino – Cerignola – Foggia – la Capitanata – ecc.152 153

  L’Ordine dei Cavalieri Ospitalieri (Giovanniti) e la Chiesa di Santa Croce nel feudo di Camarda

Da una pergamena dell’Abbazia di San Michele Arcangelo di Montescaglioso, si ha che nel 1119 la contessa Emma d’Altavilla, già vedova di Rodolfo Maccabeo, dona154 alcuni terreni nei pressi del feudo di Avinella a Frate Ugo (Hugo/Ugone) Precettore della Sacra Casa degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, il quale “… umilmente pregò e supplicò che, per la misericordia di Dio e per il nutrimento

 151 Si noti che, sulla scafa di S. Angelo, analoga funzione di controllo, ma in modo più diretto, era svolta dalla grancia di S,Angelo d’Avena; per il ponte di Appio sul Basento il ruolo di controllo diretto era svolto da Torre Accio.

152 A titolo esemplificativo: stralcio della carta geografica