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La “naca” (altalena) a Pasquetta. Una secolare tradizione spezzata nel 2020. A Bernalda , così come in tutta Italia, è una giornata particolare, sopravvissuta anche alle odierne tecnologie, un momento di  socialità, di convivialità a cui pochi   rinunciano, ovviamente profondamente trasformata nel corso degli anni.

La mission della nostra associazione è quella di ricercare, descrivere, preservare il  sapere e la conoscenza del nostro patrimonio materiale ed immateriale (come la naca)affinchè  vengano trasmessi di generazione in generazione e ricreati dalle comunità   in risposta al loro ambiente, all’interazione con la natura e alla loro storia. 

Per “patrimonio culturale immateriale” s’intendono le pratiche, rappresentazioni, espressioni, sapere e capacità, come pure gli strumenti, artefatti, oggetti, e spazi culturali associati, che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi anche i singoli individui, riconoscono come parte integrante del loro patrimonio culturale. (cit.Il Patrimonio Immateriale, come indicato all’art. 2 della relativa Convenzione del 2003 )

L’origine

L’origine della pasquetta è senza dubbio religiosa. L’Evangelista Luca racconta che una delle prime apparizioni di Gesù risorto che si mostrò ai discepoli in viaggio a Emmaus, avvenne poco fuori Gerusalemme, quindi non più in città, ma fuori dalle porte. Il nome corretto della giornata è il Lunedì dell’Angelo, infatti in questa giornata  si ricorda l’Angelo che apparve alle donne arrivate al sepolcro, ormai vuoto, di Cristo. È questo angelo che annuncia la risurrezione e dice alle donne di avvertire gli Apostoli.  

La tradizione italiana

La tradizione popolare italiana vuole che la Pasquetta si trascorra con la famiglia o con gli amici all’aperto facendo la tradizionale scampagnata o la gita fuori porta. Oltre a mangiare si può anche giocare,   riposare e divertirsi in compagnia, tutto questo in gite fuori mura o fuori porta, ovvero delle passeggiate fuori città, magari verso mete come altre città, al mare o in montagna. Queste sono evoluzioni successive nell’epoca del consumismo, la tradizione bernaldese è un’altra, rigida e simbolica.

La tradizione bernaldese

La nostra tradizione è più o meno simile a quella di altri paesi lucani e se vogliamo di tutto il sud, in cui vi sono alcuni riti   caratterizzanti, dei veri e proprio mantra della giornata. In primis la “naca” è l’altalena, è il simbolo della festa, quasi sinonimo di Pasquetta, nel linguaggio popolare spesso i nostri antenati ricordavano questo giorno come “il giorno della naca”. Due parole sulla naca, nelle case contadine, era originariamente la culla, fissata al soffitto, in prossimità del “lettone” dei genitori che, senza alzarsi, con una mano potevano spingerla per addormentare il bambino. La naca in alcune zone della Calabria era il gesto del dondolare dei fedeli durante i riti della passione del Venerdì Santo, da quest’ultima tradizione deriva la naca di Pasquetta? E’ forzata come ipotesi, ma può darsi.

Per noi Bernaldesi era ed è ancora l’altalena.

Un gioco a costo zero diremmo oggi, basta una fune ed un cuscino e via. Nel nostro centro storico ,prima delle ristrutturazioni (si fa per dire), fino a qualche decennio fa, erano evidenti sull’architrave calcarea della porta d’ingresso di casa, delle incisioni perpendicolari al suolo lasciate proprio della fune dell’altalena. La naca ,dondolava sull’uscio della porta d’ingresso (‘mmocc a port’)  quasi sempre aperta,perchè non serviva tenerla chiusa, il quartiere era un’unicum famigliare. Il giorno della naca invece si usciva fuori porta, uno dei pretesti era festeggiare una coppia di promessi sposi. Il fidanzamento polarizzava le attenzioni dei famigliari durante tante feste dell’anno, dalle pettole a Natale, alla pignata a carnevale, al rito della uccisione del maiale, all’anguria a San Donato, all’uovo con sorpresa aurea a Pasqua e la “naca a pasquetta”. Le famiglie dei due promessi sposi, con compari e amici si incontravano in una campagna, masseria o rudere a secondo delle disponibilità,  di uno dei due fidanzati o di amici stretti e vivevano una giornata di convivialità. Le famiglie dei due fidanziati,… si imparentavano,  era una festa   che culminava con il momento in cui i futuri sposi si dondolavano sulla ”naca” , a cui doveva seguire quello dei genitori dei due ragazzi. Ovviamente per ogni momento simbolico della giornata, non mancava il brindisi con vino buono, quello messo da parte proprio per la naca o con ottimo rosolio fatto in casa con le erbe.  Il giorno della naca in campagna, era qualcosa di speciale, a tutti era concesso, sedere, anzi era quasi un affronto non farlo sull’altalena. Per ridere un po di più si  aspettava di vedere dondolare l’ospite aveva bevuto qualche bicchiere di troppo.

Quanti amori sono nati in queste giornate di naca!!! Fino agli anni settanta, non erano molti i momenti in cui  ragazzi e ragazze potevano incontrarsi, incrociare sguardi maliziosi (“puntarsi”) , sfiorarsi e magari anche altro, potevano farlo in questo giorno nascosti dai genitori magari impegnati  a tavola. Ai matrimoni come alla naca,   il ragazzo sveglio e aitante faceva di tutto per farsi invitare all’evento.  Come ogni festa non poteva mancare la musica , quindi balli per i festeggiati e poi…spazio alle coppie formate e "da formare", i pretendenti audaci finalmente osavano e invitavano al ballo la prescelta, nonostante gli sguardi attenti e severi dei familiari della ragazza e magari compiacenti di quelli del ragazzo. Il seguito ….a casa ovviamente.

Il quadretto della pasquetta era arricchito, dai bambini, tanti, sempre tanti al seguito dei genitori (senza cellulari) , felici e scorazzanti tra i prati delle campagne in fiore. Per loro era una giorno speciale, uno di quelli più attesi.

Due parole sulle pietanze, ovviamente la famiglia ospitante era quella che aveva l’onere di organizzare e preparare, ma tutti gli ospiti non facevano mancare il loro contributo, le donne tutte, per questa giornata ostentavano a tutti i presenti la loro abilità tra i fornelli ….e come spesso accadeva non mancavano le divertenti critiche (tagghiamiend) , ma tutto faceva parte del copione. Al pranzo della naca c’erano dei piatti insostituibili, in primis l’agnello, fatto alla brace o con le patate che con i suo odore stimolava i succhi gastrici di tutti i penti nell’aia. Si “scendeva dalla canna” la salsiccia migliore, essendo ormai in primavera, curata al punto giusto, magari con un pochino di muffa sulle budelle che davano quel profumo inebriante al prezioso affettato, ovviamente rigidamente affettata al momento. Non poteva mancare il caciocavallo, ben curato, magari con “lacrima”, dagli agricoltori detto “ u tira mier” e “u marr”, un mega involtino fatto di frattaglie di agnello lattante (“lattarul”) . Insostituibile era la frittata di asparagi selvatici, magari appena raccolti in qualche fosso nelle vicinanze.

Se mancava la masseria, se mancavano i fidanzati da festeggiare, nessun problema, la gita era veramente fuori porta, le campagne di San Donato, Gaudello, Scorzone, Cupa, Lama, Giamperduto, Madonna degli Angeli erano piene di uliveti secolari, bastava poco per imbandire un pic nic, qualche tovaglia contadina, magari a quadretti, stesa sotto gli alberi e tutti seduti per terra a gustare le pietanze preparate prima, e qua la pasta al forno e la carne con le patate la faceva da padrona.

Sono momenti indimenticabili per chi li ha vissuti in prima persona e gli riserva un posto speciale tra i suoi ricordi, come certamente resterà nei ricordi di tutti la Pasquetta 2020.

   

Le foto sono state rese pubbliche su Facebook nel gruppo C'e' una volta a Bernalda.....